La crisi del gasolio entra direttamente nei rapporti energetici tra Stati Uniti ed Europa. L’amministrazione Trump ha esercitato forti pressioni sui governi europei affinché liberassero parte delle riserve strategiche di diesel, arrivando a prospettare una limitazione, o persino uno stop, delle esportazioni americane di prodotto raffinato. Francia e Germania sono state inizialmente al centro della richiesta, ma il dossier riguarda l’intera Unione e coinvolge direttamente anche l’Italia. Il 1° ottobre Roma ha partecipato, insieme a Commissione europea, Francia, Irlanda e Regno Unito, alla consultazione sulle possibili immissioni di scorte sul mercato.
Il problema è industriale: il diesel non è soltanto il carburante delle automobili, alimenta trasporto pesante, agricoltura, macchine da costruzione, logistica e una parte importante della produzione. Un aumento persistente del prezzo si trasferisce quindi lungo quasi tutta la catena dei costi, con effetti potenzialmente inflazionistici.
La pressione nasce da un mercato dei prodotti raffinati estremamente teso. Le forniture russe sono limitate, le esportazioni mediorientali risentono della crisi legata all’Iran e alle rotte del Golfo e anche la disponibilità asiatica non è sufficiente a compensare rapidamente il deficit. Gli Stati Uniti restano esportatori netti di diesel, circa 1,5 milioni di barili al giorno nel 2026, ma le loro scorte sono scese su livelli eccezionalmente bassi. Washington punta quindi ad aumentare l’offerta disponibile sul mercato mondiale per contenere anche i prezzi interni.
L’Europa dispone comunque di un importante cuscinetto strategico. Le norme comunitarie impongono riserve petrolifere equivalenti ad almeno 90 giorni di importazioni nette oppure 61 giorni di consumo interno. Germania e Francia custodiscono da sole circa il 35% delle riserve europee di diesel considerate nei dati Eurostat richiamati da Reuters.
Lo scenario è però cambiato rapidamente. Il 2 ottobre i Paesi G7 hanno concordato il rilascio di 100 milioni di barili tra diesel e greggio, distribuiti nell’arco di quattro mesi e con una quota significativa di gasolio concentrata nella fase iniziale. L’intesa prevede inoltre l’impegno a evitare restrizioni nazionali all’export energetico. Dopo l’annuncio, i futures europei sul diesel hanno registrato una forte correzione, segnale di quanto il mercato stesse incorporando un premio di scarsità.
Per l’Italia il rischio non è tanto quello di una carenza immediata alla pompa quanto quello di un nuovo shock sui prezzi all’ingrosso. Il Paese dispone di capacità di raffinazione propria, ma opera dentro un mercato europeo integrato: se vengono meno grandi volumi americani, le raffinerie e gli operatori europei devono competere per carichi provenienti da Asia e Medio Oriente, facendo salire quotazioni e costi logistici.
La vicenda dimostra soprattutto un punto: nella sicurezza energetica moderna non basta disporre di greggio. Conta anche dove viene raffinato, in quali quantità e con quale capacità di trasformarlo rapidamente in diesel. Ed è proprio sulla raffinazione che oggi il mercato mondiale mostra il suo collo di bottiglia.


