Tempesta perfetta sull’Italia: petrolio a 100, spread in salita e il conto lo paga chi viaggia su gomma

mercoledì, 7 Ottobre 2026
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Lo spread tra Btp e Bund è tornato a 115 punti, a un soffio dal record da aprile 2025 toccato appena venerdì scorso, e in un Paese come il nostro, che non riesce a liberarsi dalla trappola del debito, i fantasmi della cura Monti sono sempre dietro l’angolo. Il fatto è che stavolta la colpa non è nostra: la tempesta che si sta addensando sui mercati nasce lontano, nel Golfo, da una congiuntura internazionale che nessun governo di Roma può influenzare, ma che rischia ugualmente di presentare il conto proprio a noi.
Il resto della giornata purtroppo porta notizie che non fanno che peggiorare le aspettative. Le Borse europee sono in rosso e Milano è la peggiore, il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile dopo gli attacchi degli Houthi all’Arabia Saudita e i nuovi episodi nello Stretto di Hormuz, e il gas continua a salire proprio mentre l’Europa cerca di riempire i depositi in vista dell’inverno, ancora ben sotto la media stagionale. Non è un quadro a senso unico, sarebbe scorretto dipingerlo così: il segretario di Stato americano Rubio sostiene che l’Iran ha «perso il controllo completo» di Hormuz, il greggio che esce è quasi tornato ai livelli di prima della guerra e il G7 ha deciso di aprire le riserve d’emergenza. Ma, come ricorda l’analista Naeem Aslam, il petrolio resta «stretto tra il miglioramento dell’offerta fisica e il persistente rischio geopolitico», e basta un attacco in più a una petroliera per far saltare i nervi.
Il guaio è che l’Italia è più vulnerabile di altri, per ragioni che conosciamo bene e che ci portiamo dietro da anni. Da noi le merci viaggiano quasi sempre su gomma, cioè a gasolio, molto più che nella media europea, e dunque ogni rincaro del carburante non resta alla pompa ma scivola a cascata sul prezzo di tutto ciò che troviamo sugli scaffali, dal pane ai televisori. Siamo poi un Paese manifatturiero, e quindi energivoro, e produciamo ancora una quota troppo grande della nostra elettricità bruciando gas, con il Qatar tra i fornitori importanti: non a caso QatarEnergy ha appena prorogato fino a dicembre la forza maggiore sulle forniture alla nostra Edison.
Su questo terreno già fragile si innesta il tema dei conti pubblici. L’Ufficio parlamentare di bilancio calcola che la guerra sottragga crescita e accenda l’inflazione, e quando i rendimenti salgono a pagarne il prezzo è un bilancio che ogni anno destina agli interessi decine di miliardi. Giorgetti ripete da tempo che «bisogna stare molto attenti al debito», ricordando quanto pesa ancora l’eredità del Superbonus, e ha ragione: è un fardello che non si cancella con un comunicato, il “regalino” del governo giallorosso continueremo a pagarlo per anni.
Il governo, va detto, non è rimasto a guardare. Da marzo ha messo in campo una serie di tagli alle accise costati oltre due miliardi, ma lo sconto sul gasolio è scaduto a mezzanotte del 5 ottobre e il pieno costa almeno tre euro in più, mentre Eni, Ip, Q8 e Tamoil hanno fissato un tetto volontario ai prezzi che Palazzo Chigi ha salutato come «un contributo concreto». Il meccanismo delle accise mobili, che userebbe l’extragettito Iva, attende ancora il decreto in Gazzetta Ufficiale, e con i cittadini conviene essere sinceri.
Perché diciamolo con franchezza: sconti e tetti alla pompa sono palliativi, aiutano oggi ma non possono durare in eterno e costano comunque miliardi che sarebbe meglio spendere altrove. La vera risposta passa da scelte di lungo periodo, dalla diversificazione delle forniture a una maggiore produzione nazionale (il governo ha già convocato le raffinerie per valutarla). La tempesta, stavolta, non porta la nostra firma, ma l’ombrello, se non lo costruiamo oggi, non lo apriremo mai.

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