Il film che apre la Festa del Cinema di Roma porta sullo schermo il romanzo dello stesso regista: dai segreti custoditi negli smartphone di Perfetti sconosciuti a quelli più profondi dell’anima, Con Il rumore delle cose nuove, Paolo Genovese torna a indagare le fragilità della coppia, tra bugie, silenzi e verità nascoste.
Paolo Genovese gioca in casa. Dopo Perfetti sconosciuti e Follemente, il regista torna a indagare la coppia, le sue dinamiche interne e le traiettorie sbagliate che si imboccano senza accorgersene. Il rumore delle cose nuove, film d’apertura della 21ª Festa del Cinema di Roma, è scritto dallo stesso Genovese con Igor Artibani e porta sullo schermo il suo romanzo omonimo, pubblicato da Einaudi nel 2023.
Siamo nella Milano di oggi, dove si incrociano le storie di tre coppie inizialmente estranee tra loro e quelle di altri personaggi destinati a intrecciarsi alle loro vite. Andrea (Stefano Accorsi) è un fotografo e sua moglie Andreina (Vittoria Puccini), dottoressa al pronto soccorso, gli ha donato un rene per salvargli la vita. Eppure, nonostante l’amore, i due sono divisi dal desiderio opposto di diventare genitori, mentre Andreina trova più facile confessare segreti e bugie a uno psicologo senza volto che al proprio compagno. Viola (Claudia Pandolfi) è un’aspirante attrice che indossa una maschera anche nella vita quotidiana; è sposata con Ralph (Lino Musella), che lavora ai suoni dei film ed è perso nel suo mondo di rumori e silenzi. Hanno un figlio, Mirko, vittima di bullismo a scuola. Alba (Emanuela Fanelli) fa la donna delle pulizie e, accanto al marito Umberto (Edoardo Pesce), è intrappolata in una relazione violenta dalla quale fatica a liberarsi. Per arrotondare accetta di lavorare come domestica per Elio (Claudio Santamaria), un uomo che ha chiuso cuore e corpo in una prigione interiore dalla quale ha paura di uscire.
I protagonisti hanno in comune un equilibrio precario, costruito negli anni per paura di ciò che li aspetta fuori dalle abitudini conosciute. Quando le loro traiettorie si sovrappongono in modo imprevedibile, una catena di eventi comincia a incrinare le certezze: bugie, mezze verità e segreti sepolti da tempo vengono a galla, aprendo uno spazio per nuove possibilità.
Si parte in bilico tra vita e finzione, sul set di una rapina. A differenza di Perfetti sconosciuti, però, il segreto cambia forma: non è più soltanto quello custodito nei nostri telefoni, ma si sposta nella mente e raggiunge una dimensione ancora più intima. Sono «segreti dell’anima», ha spiegato Genovese durante la conferenza stampa, cose che si sceglie di lasciare dormienti per non alterare un equilibrio. Il «rumore» del titolo è quello delle bugie, soprattutto quelle raccontate a se stessi, che covano a lungo prima di esplodere. Il regista è interessato alle conseguenze della menzogna, a come il falso condizioni le azioni e finisca per orientare l’esistenza. E quando la verità viene a galla, spesso lo fa attraverso un messaggio WhatsApp, segno ormai inconfondibile della contemporaneità.
Per raccontare questo universo, Genovese fa ciò che sa fare meglio: confina i personaggi in spazi chiusi — la casa, l’ospedale, lo studio fotografico — trasformandoli in ring emotivi nei quali far esplodere il rumore accumulato, in attesa che il destino faccia la sua mossa. Le storie si sovrappongono in una sorta di tempo bergsoniano: un flusso continuo, indivisibile e qualitativo, in cui i momenti si compenetrano, il passato non va perduto ma si accumula e si fonde nel presente, proiettandosi nel futuro.
Fuori da quelle stanze c’è Milano, ma la città osserva asettica: un corpo estraneo che sovrasta le vicende senza mai entrare davvero in gioco, come uno spettatore silenzioso. È una scelta precisa, come ha spiegato il regista: «I personaggi hanno una certa solitudine, per questo mi piaceva tenere tutto il resto fuori. Restare molto addosso a loro, senza un contenitore ben visibile, dona vita e sfumature al raccontarli». Nel film, oltre allo psicologo, non si vede in volto nemmeno la poliziotta in ospedale. Genovese rivendica il valore di queste sfocature: «Mi dà vita». Una prossimità costante ai protagonisti che, tuttavia, non sempre si traduce in fluidità narrativa.
Il punto di forza più evidente è il cast. Genovese riunisce interpreti di assoluto valore — Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Stefano Accorsi, Lino Musella, Edoardo Pesce e Claudio Santamaria — affidando loro un campionario di nevrosi, insicurezze, fragilità e soprusi che attraversano la contemporaneità. Spicca in particolare la storia di Alba e Umberto, la più intensa delle tre. Fanelli costruisce Alba a partire da una purezza quasi infantile, mentre Pesce lavora sull’ambiguità di un uomo che si mostra generoso in società e diventa un’altra persona tra le mura domestiche. Il loro racconto restituisce con efficacia una dinamica fondata sulla prevaricazione maschile e dà corpo a un tema attuale e delicato.

Il limite emerge in alcune scene, in cui la recitazione si fa eccessivamente teatrale ed enfatica, finendo per caricare situazioni che avrebbero bisogno di maggiore naturalezza e misura.
Alla fine, più che le scelte dei personaggi, sembra decidere il destino. Un Genovese fedele a se stesso: sicuro nel disegnare il campo di battaglia della coppia, meno convincente quando l’enfasi prende il posto della sottrazione.
Scheda
Il rumore delle cose nuove, regia di Paolo Genovese. Sceneggiatura: Paolo Genovese e Igor Artibani, dal romanzo omonimo di Genovese (Einaudi, 2023). Con Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Stefano Accorsi, Lino Musella, Edoardo Pesce e la partecipazione di Claudio Santamaria. Durata: 113 minuti. Produzione: Lotus Production (Leone Film Group) con Rai Cinema. In sala dal 12 novembre 2026 con 01 Distribution.
Vittorio Zenardi



