Cinquecento militari in più a Milano, ma con regole precise e poteri adeguati al compito che saranno chiamati a svolgere. È questo il punto su cui il governo si prepara a intervenire nel Consiglio dei ministri di oggi, dopo le violenze, gli scontri con le forze dell’ordine e i saccheggi che hanno segnato il fine settimana nel capoluogo lombardo.
La decisione di rafforzare il dispositivo è trapelata dopo il vertice sulla sicurezza convocato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. L’obiettivo è dare una risposta immediata ai disordini e rafforzare il presidio del territorio, affiancando l’attività di Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza. Ma, accanto alla scelta politica di aumentare la presenza militare, c’è una questione operativa e giuridica che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha voluto mettere in evidenza.
“È facile annunciare militari in più senza nemmeno affrontare il problema di cosa dovranno fare e come potranno farlo”, ha scritto il ministro su X, ringraziando il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego per il lavoro svolto con gli uffici legislativi del ministero.
Il messaggio è chiaro: il rafforzamento del contingente non può esaurirsi in un annuncio. Perché l’intervento sia efficace, occorre che il Consiglio dei ministri approvi norme specifiche che consentano ai militari di operare, nell’ambito del servizio di supporto alle forze di polizia, con facoltà analoghe a quelle degli operatori di pubblica sicurezza.
Crosetto ha indicato anche un limite temporale preciso: tre mesi, “solo nel tempo necessario per dare supporto a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza”, di fronte a fenomeni come quelli verificatisi a Milano.
La posizione del ministro introduce una distinzione importante nel dibattito sulla sicurezza. Da una parte, c’è la necessità di rispondere con fermezza alle devastazioni e alle aggressioni; dall’altra, c’è l’esigenza di definire con precisione le condizioni nelle quali le Forze armate possono essere impiegate in attività che riguardano l’ordine pubblico.
L’invio di altri 500 militari, dunque, non è soltanto una misura di presidio. Per Crosetto deve essere accompagnato da un quadro normativo che chiarisca cosa i soldati possano fare, con quali prerogative e per quale periodo.
Il riferimento ai tre mesi segnala inoltre la volontà di circoscrivere l’intervento a una fase straordinaria, senza trasformare automaticamente l’impiego dell’Esercito in una componente permanente della sicurezza urbana. La priorità resta sostenere le forze di polizia in una situazione di particolare criticità, non sostituirle.
È un passaggio che acquista rilievo anche alla luce del confronto già aperto sul futuro dell’operazione Strade Sicure, attraverso la quale i militari presidiano da anni obiettivi sensibili e aree urbane.
La riflessione di Crosetto non nasce con gli scontri di questi giorni. Il ministro aveva già manifestato perplessità sull’uso prolungato dell’Esercito per compiti di sicurezza interna, pur escludendo l’ipotesi di ritirare i militari senza che vi siano abbastanza appartenenti alle forze dell’ordine in grado di sostituirli.
La sua è una posizione che si potrebbe definire riformista: non mette in discussione la necessità di garantire la sicurezza dei cittadini, né propone di smantellare Strade Sicure. Chiede, piuttosto, di evitare che una misura nata per rispondere a esigenze specifiche diventi una soluzione ordinaria alle difficoltà del sistema di sicurezza.
C’è poi una questione di competenze. Nell’ambito di Strade Sicure, i militari possono operare con la qualifica di agenti di pubblica sicurezza, nei limiti previsti dalla legge, ma non dispongono per ciò solo della qualifica di ufficiali o agenti di polizia giudiziaria. Si tratta di funzioni differenti, che incidono concretamente sulle attività che possono essere svolte e sulle modalità di intervento.
È proprio su questo confine che si innesta la richiesta del ministro: se si decide di rafforzare il contingente e di attribuirgli maggiori possibilità operative, bisogna definire in modo esplicito le relative competenze, senza lasciare ambiguità sul piano giuridico. A questa considerazione si aggiunge il mutato scenario internazionale, che impone alle Forze armate di mantenere capacità e risorse adeguate alle proprie responsabilità istituzionali. Un impiego crescente dei militari nelle città rischia infatti di sottrarre attenzione e disponibilità a compiti diversi da quelli della sicurezza urbana.



