Un guanto di sfida lanciato direttamente dallo svincolo autostradale di Pizzo Calabro, tra i presidi degli autotrasportatori e i trattori degli agricoltori. Giuseppe Conte sceglie l’epicentro della protesta calabrese per sferrare un attacco frontale a Palazzo Chigi, accusando l’esecutivo di nascondere la testa sotto la sabbia di fronte a una crisi sociale ormai esplosiva.
Conte incontra gli autotrasportatori, il video da Pizzo Calabro
La linea del leader del Movimento 5 Stelle è netta: il governo sta ignorando la questione economica per rifugiarsi in un approccio esclusivamente securitario. “Un invito al governo: venite qui, Giorgia Meloni e ministri, venite a parlare coi cittadini in difficoltà”, esordisce l’ex premier, circondato da agricoltori, pescatori e semplici cittadini piegati dal carovita. L’accusa alla maggioranza è di rispondere alla disperazione con il pugno di ferro. “Non potete pensare di risolvere il problema varando l’ottavo o il nono decreto sicurezza. State riempiendo il codice penale di nuove fattispecie di reato”, incalza Conte, puntando il dito contro l’inasprimento delle pene e la minaccia del carcere per i minorenni, a fronte dell’incapacità di dare risposte sulle “difficoltà quotidiane”.
La ricetta pentastellata torna sui cavalli di battaglia del Movimento: una decisa redistribuzione della ricchezza. Per il leader del M5S i nodi di una narrazione governativa fatta di “record che non esistevano” stanno venendo al pettine, ma i soldi per intervenire ci sono. “Andiamo a prendere risorse laddove si sono accumulate: aziende dei comparti energetici, bancari e finanziari, delle armi. Il governo deve prelevare dove la ricchezza si è accumulata per redistribuirla equamente a chi non arriva a fine mese”.
Sul fronte agricolo, vero cuore della protesta, Conte fotografa un sistema al collasso, strangolato dalle storture della filiera. I produttori sono costretti a lavorare “sottocosto”, mentre sugli scaffali arrivano “prezzi che i consumatori non si possono più permettere”. A trarne vantaggio, accusa, è solo la grande distribuzione. In questo quadro, i 60 milioni messi sul tavolo dall’esecutivo vengono liquidati come spiccioli: “Fanno ridere. Sono misure tampone che arrivano tardi e sono insufficienti”, ironizza Conte, ricordando come persino i singoli governatori regionali, “compresi quelli di centrodestra”, abbiano stanziato cifre superiori.
C’è poi il tema scivoloso dell’ordine pubblico e della delegittimazione del dissenso, alimentata, secondo l’ex premier, da un iniziale “oscuramento” mediatico della protesta. Conte fa scudo ai manifestanti e respinge le accuse di opacità: “Qui non c’è infiltrazione, ci sono onesti cittadini che non ce la fanno più. Se sono qui è perché non ci sono episodi di violenza e posso guardarli negli occhi. Il tentativo di criminalizzare chi è in difficoltà va respinto”.
La chiosa è una stoccata tutta politica alla narrazione meloniana sulle mobilitazioni sindacali delle scorse settimane. Di fronte a una piazza che raccoglie ormai la solidarietà di molti cittadini comuni, l’arma della precettazione rischia di spuntarsi. “Il governo questa volta si trova a mal partito se pensa di dire ‘precettiamo’ perché ci sono i cattivi”, avverte Conte. “Qui non c’è lo sciopero del venerdì come piace dire a Meloni, c’è un’esasperazione quotidiana, 24 ore su 24”. Un monito chiaro per Palazzo Chigi: il malessere sociale, questa volta, non si potrà silenziare per decreto.



