Si voterà a maggio o a fine mandato. E fin qui siamo all’ovvio, perché la data dipenderà dalla pronuncia della Consulta sui ricorsi contro la nuova legge elettorale. Proprio ieri ne sono stati depositati, simultaneamente, in 25 tribunali ordinari dove sono presenti corti d’Appello o distretti di corte d’Appello. Tra i ricorrenti ci sono importanti nomi della politica e delle istituzioni, a partire dall’ex premier Romano Prodi, ma anche sindaci, professori universitari, rettori, giornalisti e scrittori, ex magistrati e organizzazioni come Anpi e Cgil. Ma anche questo si sapeva.
Per il centrodestra sarà una contemplazione degna delle “Attese” di Lucio Fontana, ma intanto andrà fatta pur qualche riflessione per non farsi trovare impreparati. Secondo alcuni colonnelli di FdI «Giorgia voterebbe anche domattina». Tuttavia, sulla strada che porterebbe al possibile voto aggregato di primavera con le Politiche e le altrettanto probanti amministrative (si voterà a Milano, Roma, Napoli, Torino e Bologna) c’è più di un ostacolo. Primo di tutti, la sentenza della Corte Costituzionale sui ricorsi sullo Stabilicum. E in questo caso la premier non può fare altro che attendere. Fiduciosa.
La maggioranza si augura che, seguendo la sua giurisprudenza consolidata, la Consulta addivenga a una decisione “chirurgica” che non smantelli completamente la legge. Considerando che la decisione dovrebbe arrivare intorno agli inizi di febbraio, Giorgia Meloni avrebbe tutto il tempo di salire al Quirinale, dimettersi, partecipare a rapide consultazioni e assistere allo scioglimento delle Camere da parte del capo dello Stato, con la possibile indizione della data del voto in primavera.
Il quadro cambierebbe totalmente se la Corte “obbligherebbe” la maggioranza a modificare la legge in Parlamento. In quel caso il ritorno del provvedimento alle Camere, già approvato non senza difficoltà dopo l’incidente dei franchi tiratori di luglio, riaprirebbe pericolosamente i giochi nel centrodestra dando la possibilità alla Lega e Forza Italia, che spingono per le elezioni in autunno, a regolare qualche situazione tra alleati. E quindi ad alzare l’asticella nei confronti della premier.
Il quadro è questo. Poi c’è il contorno. Vale a dire le questioni inerenti alla guerra in Ucraina e alla finanziaria. Domenica scorsa, in occasione del congresso della Lega, Matteo Salvini a caccia di consenso interno (la storica base del Nord) e consensi esterni (i voti per le politiche), ha ripetuto chiaro e tondo che bisogna smettere di fornire le armi all’Ucraina, creando le premesse per un problema politico nella maggioranza. Il nodo si ripresenterà a fine anno quando il governo, in mancanza di sviluppi sui negoziati, dovrà decidere con un decreto se rinnovare l’aiuto militare ed economico a Kiev.
Ma il 2027 sarà l’anno delle elezioni e i leader della maggioranza ne hanno approfittato per fare il punto “delle situazioni”, in videocollegamento, con la premier e il ministro Giancarlo Giorgetti sulla manovra. La capacità espansiva della Finanziaria, l’ultima prima del voto, sarà un biglietto da visita per l’esecutivo a caccia di riconferma. La trattativa aperta con l’Europa su come utilizzare la flessibilità ottenuta sull’energia lascia ancora qualche dubbio sul tavolo. «Andateci piano con le richieste», si è raccomandata Meloni con gli alleati di Forza Italia, Lega e Noi moderati – scrive il Corriere – tutti intenzionati a portare a casa provvedimenti-bandiera da piantare in campagna elettorale e poi alle urne. Quando? Questo è ancora tutto da vedere, al di là dei desideri.



