In Italia misteri e stragi hanno le gambe lunghe, ma non abbastanza. Dopo mezzo secolo, potrebbe finalmente emergere un frammento di verità sulla morte tragica di Pier Paolo Pasolini avvenuta all’Idroscalo di Ostia nella notte tra il primo e il 2 novembre del 1975. La Procura di Roma ha aperto una nuova indagine affidata alla pm Silvia Santucci. È stato l’avvocato Stefano Maccioni a presentare di recente l’esposto capace di destare l’interesse della magistratura capitolina. «Non nascondo la mia emozione e soddisfazione per la decisione assunta dalla Procura di Roma di svolgere nuove indagini in merito all’omicidio di Pasolini, ha detto il penalista, che ha rappresentato uno dei cugini dello scrittore, Guido Mazzon.
«Come evidenziato da quasi 18 anni la verità giudiziaria che attribuiva la responsabilità esclusiva a Giuseppe Pelosi è stata spazzata via nel corso di questi anni in particolare dai risultati delle prove scientifiche da noi richieste». Già nel marzo del 2009 Maccioni aveva chiesto la prima riapertura delle indagini in merito al delitto di Pasolini. «La nuova istanza presentata nel mese di novembre 2025 e poi integrata nel mese di maggio 2026 – dice Maccioni – si basa su nuovi elementi raccolti da questa difesa. Confidiamo che la Procura riesca finalmente, attraverso il sostituto procuratore della Repubblica Silvia Santucci, a fornire quelle risposte che da troppi anni stiamo cercando e nel contempo invitiamo tutte quelle persone che fino a oggi hanno preferito tacere su ciò che sanno a farsi avanti e parlare».
Ripercorrendo la vicenda, bisogna ricordare che dopo l’ultima archiviazione del 2015, l’avvocato Maccioni ha svolto una instancabile attività non solo a livello giudiziario, ma anche politico, richiedendo più volte l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta. I parlamentari Serena Pellegrino e Paolo Bolognesi nel 2016 avevano raccolto l’istanza, sostenuta da circa 11mila firme raccolte attraverso Change.org, presentando due progetti di legge. Tale iniziativa aveva avuto, inoltre, il sostegno del mondo dello spettacolo e della cultura attraverso l’adesione, tra gli altri, di Dario Fo, di Dacia Maraini e Massimo Ranieri che aveva anche interpretato Pasolini nel film “La Macchinazione”. Nel 2023 anche la senatrice Ilaria Cucchi ha avanzato richiesta per una Commissione parlamentare di inchiesta al Senato, ma senza ottenere il risultato sperato. Maccioni è andato avanti. Sempre parlando del caso Pasolini aveva partecipato a Pulp Podcast, ottenendo due importanti riconoscimenti per il lavoro svolto, prima dal Financial Times nell’agosto del 2024 e l’anno successivo da Le Monde e allestendo uno spettacolo teatrale andato in scena il primo dicembre 2025 al teatro Brancaccio di Roma.
Quale sarebbe la chiave di volta della nuova indagine? Ascoltare un nuovo testimone che potrebbe fornire elementi nuovi alle indagini. È questa, sostanzialmente, la richiesta avanzata dall’avvocato Maccioni nell’integrazione (presentata a maggio) alla istanza di novembre 2025 con cui ha chiesto ai pm di Roma di riaprire il caso relativo all’omicidio di Pier Paolo Pasolini. L’istanza di novembre è legata a «nuovi elementi emersi anche dalla visione delle immagini fornite dalla Rai del telegiornale dell’epoca, ma soprattutto fondata sulla elaborazione dei dati finora raccolti che devono necessariamente essere letti unitariamente e che conducono a un’unica conclusione: Pelosi non era, con certezza, da solo la sera dell’omicidio quindi è fondamentale accertare chi fosse con lui quella sera».
Nell’articolo scritto il 24 luglio del 2024 da Giovanni Bianconi per il Corriere della Sera si ricorda che lo scrittore era finito sotto osservazione dei Servisi Segreti già dal 1971. In un rapporto del 16 marzo di quell’anno si riferiva che lo scrittore e regista era noto in quanto finanziatore del movimento extraparlamentare di Lotta continua. Il fascicolo del Sid su Pasolini era il numero 2942
«Dunque il Sid, certamente coinvolto nei depistaggi sulle stragi del quinquennio 1969-1974 – annota Bianconi – raccoglieva informazioni sull’artista che denunciava pubblicamente le responsabilità politiche di quegli stessi attentati; dal film-documentario 12 dicembre su piazza Fontana, prodotto nel ’72 proprio con Lotta continua, fino agli «scritti corsari» sul Corriere della Sera in cui disegnava gli scenari sottesi alla «strategia della tensione. Nulla dimostra che il poeta è morto per quelle invettive – osserva Bianconi – ma tutto dimostra, a cominciare dai processi celebrati e dalle inchieste riaperte e richiuse, che non è morto ucciso dal “ragazzo di vita” Giuseppe Pelosi, detto “Pino la Rana”, all’epoca diciassettenne, condannato a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni di prigione per omicidio volontario. “In concorso con ignot”», stabilì in primo grado il Tribunale dei minori; ma della presenza di complici non ci sono prove, replicarono i giudici d’Appello, restituendo credito all’ipotesi iniziale: un delitto estemporaneo maturato nell’ambito di un rapporto omosessuale cercato da Pasolini e poi degenerato. Sentenza confermata dalla Cassazione».



