Elezioni prossime venture. Anno di grazia 2027. E anno di cambiamento oppure di conferme nelle città e a livello nazionale. Una partita “alto-basso” o “basso-alto” che segnerà i destini di un’intera classe dirigente non solo del governo o delle amministrazioni uscenti. In ballo c’è molto di più: la costruzione del futuro in un momento di particolare crisi del sistema istituzionale ed economico, nazionale e internazionale, cosi come concepito e realizzato nel secondo dopo-guerra.
E tra la destra e la sinistra, lo si vede ogni giorno, continua ad esistere una linea di demarcazione netta: i partiti che fanno capo al campo largo (Pd, 5Stelle, Avs e centrini riformisti vari) insistono sulle primarie a 360 gradi; tradotto, la scelta dei candidati, espressione delle competenze appunto “dal basso”, dai territori; mentre la destra, come tradizione, si esprime e decide unicamente attraverso tavoli nazionali. Anche qui, tradotto, “dall’alto”: dai leader che si incontrano e che devono incastrare, tante, troppe aspettative. Un gioco freddo, cinico di idee, programmi e interessi di parte.
Ecco perché la sinistra circa i candidati locali e nazionali parte sempre prima. Mentre la destra perde tempo e arriva sistematicamente dopo. Delle due l’una: o le scelte risentono di inguaribili divisioni politiche interne ed esterne, di mai dome competizioni personali, o ci sono accordi sottobanco che non appaiono mai in superficie. Ma che incidono e determinano le stesse campagne.
Ad esempio, Roma: ormai è quasi una regola acquisita e scontata. Il centro-destra da decenni punta sulla Regione, dando per scontata la sconfitta alle comunali.
E le ragioni sono tante: la Capitale sarebbe ingovernabile (periferie degradate, violenza, inquinamento, servizi fatiscenti, migranti che la fanno da padroni, criminalità, infrastrutture lacunose, traffico insopportabile); qualsiasi candidato-sindaco quindi, è destinato a fallire (si pensi alla Raggi, passata da bandiera della rivoluzione moralizzatrice, alla impotenza e all’immobilismo amministrativo più impopolare, nonostante abbia beneficiato di una maggioranza notevole in termini numerici e di un clima rivoluzionario anti-casta non da poco); bei tempi quelli che il “modello-Roma” alla Veltroni o alla Rutelli, si trasformava automaticamente in “modello-Italia”: un viatico per Palazzo Chigi (Fini compreso).
E poi, la destra, specialmente la componente sociale, pur godendo di un importante storico zoccolo duro cittadino, sa perfettamente che conta molto di più il voto d’opinione di una certa maggioritaria borghesia urbana, versione Ztl, che vota ormai strutturalmente e ideologicamente per pregiudizio “razziale” a sinistra.
Ergo, meglio non rischiare. Ecco perché, malgrado la narrazione propagandistica che comunque ci sarà durante la campagna elettorale, il candidato sindaco anti-Gualtieri finora è stato un mistero affidato al toto-calcio.
Adesso sappiamo però, che ad Atreju (al Circo Massimo), rituale festa di Fdi ci sarà il fatidico annuncio.
Primo, perché essendo il partito più forte in città gode della golden share, rispetto ai suoi alleati. Ridicola infatti, è stata la suggestione-Rinaldi, proposta provocatoria di Salvini, per scombinare le strategie e impedire la fuga dell’economista dalla Lega, fuga che poi c’è stata verso Vannacci.
Secondo, il ritardo è stato dovuto a mediare tra le anime di Fdi.
Non è una novità che sul banco dei papabili ci siano da mesi Fabio Rampelli e Roberta Angelilli.
L’attuale vice-presidente della Camera, come noto, malgrado le apparenze, non ha mai digerito questo ruolo giudicato residuale, che in qualsiasi caso sta svolgendo con dovizia, obiettività e professionalità. Capo della leggendaria Colle Oppio, ha dovuto assistere gradualmente allo sfaldamento del suo gruppo, i famosi Gabbiani (in favore della Meloni), e alla perdita del controllo della Federazione romana (agli annali il commissariamento del coordinatore provinciale Massimo Milani, vicino a lui, con Massimo Donzelli; periodo di passaggio concluso con la scelta di Marco Perissa, vicino alla premier).
Se Rampelli venisse favorito alla Angelilli, potrebbe riscattare non solo la sua leadership nel partito, ma anche dare una ventata maggiormente identitaria a un soggetto politico che sembra conservatore, sovranista, moderato a giorni alterni, a seconda delle esigenze di governo.
Se invece, arrivasse la nomination pro-Angelilli, sarebbe un messaggio diverso: un’altra donna (è il mantra), sempre radicata sul territorio, buona esperienza amministrativa (parlamentare nazionale, europea e regionale), e soprattutto capace di intercettare forse anche l’elettorato moderato, pure in virtù dei suoi innumerevoli passaggi partitici: da An al Pdl, da Unione di Centro-Nuovo Centro-destra di Angelino Alfano a Identità e Azione di Gaetano Quagliariello, da Fi per tornare attraverso il Movimento “Cuori italiani” alla “Casa oggi della madre”, ossia Fdi.
I più informati ci dicono che già si conosca il nome, date le sue ripetute telefonate con Arianna Meloni.
Vedremo ad Atreju. Ma ciò che conta è che non sia una nomination da testimonianza, solo per perdere bene.
Risiko-elezioni. A Roma Rampelli e Angelilli al fotofinish. Ad Atreju l’ardua sentenza
