Indipendenza energetica no, non esageriamo: dipendenza da qualcun altro, dagli stati africani per essere precisi, invece sì. È questa la strategia italiana di risposta alla crisi ucraina, che rischia di lasciare al freddo le famiglie e ferme le aziende se non si riuscirà a trovare un’alternativa al gas russo. Con questo obiettivo in mente l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi sta effettuando un vero e proprio tour dei paesi produttori a sud del Mediterraneo che comprende, oltre all’Algeria, il Congo, l’Angola e il Qatar, sempre in coppia con il ministro Di Maio.
Non c’è dubbio che le mosse di Descalzi siano autorizzate direttamente dal premier Draghi, che preferisce affiancare l’inesperto ministro grillino al rodatissimo manager milanese (41 anni di carriera in Eni). Certo 29 miliardi di metri cubi di gas (questa è la quantità che importiamo attualmente dalla Russia, pari al 40% del nostro fabbisogno) non si sostituiscono da un giorno e neanche da un mese all’altro, anche se l’esecutivo sta spingendo fortemente per disancorarsi del tutto dal regime putiniano.
A sentire Di Maio “in due mesi riusciremo a dimezzare la dipendenza dal gas russo: non saremo più dipendenti da eventuali ricatti”, ma con tutta la buona volontà è difficile credergli. Se pure volessimo prendere per buona la prima frase, davvero non si sa come giustificare la seconda. Gli stati che vorremmo diventassero i nostri fornitori di riferimento non sono esattamente delle democrazie compiute sulle quali fare il massimo affidamento. Liberandoci dall’abbraccio certo oppressivo dello zar Putin ne accettiamo altri che potrebbero dimostrarsi altrettanto soffocanti.
Un altro problema è poi rappresentato dal fatto che l’Italia sta agendo dando per scontato che i rapporti con la Russia non siano recuperabili e che il conflitto in corso abbia creato una frattura insanabile con l’Europa; se invece – come tutti sperano – la situazione dovesse in qualche modo ricomporsi e l’Europa “riattaccare il bocchettone” che la collega ai giacimenti russi l’Italia si ritroverebbe a quel punto fuori dai giochi. L’Eni da parte sua si è mossa in maniera prudente, annunciando sì – come tutte le compagnie occidentali – che non stipulerà nuovi contratti petroliferi con il regime putiniano, ma guardandosi bene dal ritirarsi da quelli in essere e mantenendo la partnership con Gazprom per quanto riguarda la fornitura di gas.
Fa poi una certa impressione che ancora non si stia cercando seriamente di aumentare gli acquisti di gas dalla Libia, un paese che a dieci anni dalla sciagurata “rivoluzione” che ha tolto di mezzo Gheddafi ancora vive in uno stato di guerra civile ma che comincia a riaprirsi al resto del mondo. La Libia è un paese vicinissimo all’Italia e pompa gas attraverso il gasdotto Green stream, garantendo però appena il 2,5% del nostro fabbisogno. Gasdotto ovviamente controllato da Eni, che i libici sarebbero ben contenti di rafforzare. A dirlo è lo stesso presidente del gigante petrolifero NOC, Mustafa Sanallah, secondo il quale la Libia potrebbe giocare un ruolo di stabilizzatrice sui mercati offrendo all’Europa una parte consistente del gas finora ottenuto dalla Russia. Se è vero, l’Italia farà bene a farsi trovare pronta. In fondo siamo abituati dai tempi di Berlusconi a prendere ordini dai libici.



