I ballottaggi sembrano aver riconfermato lo schema “centro-destra vs centrosinistra”: 7 sindaci al centrosinistra, 4 al centrodestra, 2 a liste civiche. Ma se guardiamo in profondità, non possiamo non notare uno smottamento sempre più evidente degli schieramenti classici (Fdi, Fi, Lega ormai “separati in casa”; il campo largo a guida Pd, in grande difficoltà, dopo la scissione in casa grillina, con Conte che perde pezzi ovunque).
Uno smottamento del bipolarismo, insieme al progredire del civismo, che non è più un fenomeno esclusivamente territoriale, ma l’altra faccia della disaffezione popolare verso il Palazzo (oltre all’astensione, fatto ormai acquisito: un cittadino su due non vota).
La vera novità di questa tornata amministrativa, è la rinascita del centro. Al di là della sua forza numerica, ha rotto realmente gli equilibri, facendo l’ago della bilancia, determinando la vittoria o la mancata vittoria dei propri ex-capibastone.
L’esempio di Verona è estremamente significativo. E non si limita alle polemiche insanabili tra Sboarina e Tosi. Per il resto, le strategie incrociate dei guastatori Renzi e Calenda, parlano da sole.
Ma vediamo l’identikit del “nuovo centro”. Ci sono vecchi centristi, eredi della tradizione trasversale dc, che guardano o a destra o a sinistra. E in vista delle elezioni, decidono di allearsi, ad esempio, con i loro ex-amici, riuscendo a vincere, ma dati alla mano non a governare (l’eccessiva eterogeneità, sommandosi può far prevalere alle urne, ma non consente l’omogeneità culturale, politica e programmatica della coalizione); oppure decidono di andare da soli per contare di più ai ballottaggi, come è successo, magari facendo perdere proprio i capi-bastone a loro più vicini.
Poi ci sono i neo-centristi, da Calenda a Renzi, come abbiamo scritto, che retaggio delle loro vecchie appartenenze, si sono spostati dalle ali più estreme, e hanno cominciato a guardare a questo luogo geografico, per coltivare interessanti rendite di posizione. Neo-centristi che si sono divertiti e intendono divertirsi ancora in futuro, per sparigliare i poli e ricomporli assumendo il ruolo di protagonisti.
Calenda e Renzi al primo turno sono andati a destra (a Genova), a Verona (Renzi) e a Rieti (Renzi), da soli all’Aquila (Calenda) e a Palermo (Calenda), con la sinistra a l’Aquila (Renzi). Insomma, un caos neo-centrista. Cui si è aggiunto il nuovo centro, fresco di fabbrica, che avrà il regalo di non raccogliere nemmeno le firme per le prossime consultazioni (ennesimo dono di Tabacci): Insieme per il futuro, ultima declinazione del grillismo, nato come alternativa al sistema (populista, no tutto, mistica dell’uno vale uno) e diventato governista, conservatore totale del sistema: sì a tutto, specialmente a Draghi, anti-populista e mistica “dell’uno che non vale l’altro”: Di Maio pensa, infatti, a un soggetto politico moderato, liberale, ecologista, un partito Recovery esattamente come il nemico Conte.
E come se non bastasse, centro di gravità permanente: a settembre, ha dichiarato il ministro degli esteri, nascerà una cosa ancora più grande.
Forza delle idee, delle poltrone o della non raccolta delle firme?
Sembrano attratti dalla nuova cosa (Udeur2.0), frammenti di sinistra e di destra, a partire da Sala e Toti che ha lasciato Brugnaro (Coraggio Italia).
A questo punto, i primi centristi sono preoccupati, a cominciare da Insieme per l’Italia, Noi con l’Italia, Popolari per l’Italia e poi, i neo-centristi, Calenda e Renzi. Delle due l’una, o dovranno fare i conti col nuovo grillismo centrista, o dovranno tornare “donde sono venuti”: a destra o a sinistra.
Sarà nuovo caos o maggiore chiarezza per gli italiani? Anche perché i partiti coesi negli attuali schieramenti non sono affatto coesi. Vogliamo parlare della Meloni e di Salvini con la presenza vetusta di Silvio? Vogliamo parlare dei problemi di Letta e ora di Conte, ormai in bilico e spostato fisicamente a causa di Ipf verso quel campo largo di sinistra tutto da arare, per la gioia di Di Battista?
Ai posteri l’ardua sentenza.



