Papa Francesco non smette mai di stupire, ed ecco che a sorpresa ha annunciato di avere pronta la lettera di rinuncia nel caso in cui le condizioni di salute dovessero impedirgli di svolgere adeguatamente il ministero petrino.
Ma come è nel suo stile l’annuncio è stato data in forma molto poco discreta e dai contorni decisamente “anomali”.
Una lettera che il papa avrebbe scritto e consegnato già all’atto della sua elezione, ovvero nel marzo del 2013. La rivelazione è avvenuta nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo Abc. Francesco ha dichiarato di aver consegnato la lettera, contenente la sua rinuncia in caso di impedimento, all’allora segretario di Stato Tarcisio Bertone, supponendo che questi l’abbia poi consegnata al suo successore, ovvero all’attuale primo ministro vaticano Pietro Parolin. Ma allo stesso tempo il pontefice ammette di non sapere con certezza che fine abbia fatto. Un giallo nel giallo dunque. Una doppia notizia, perché alla fine l’interesse vero non è tanto sapere che Francesco potrebbe dimettersi (cosa del resto che ha già anticipato in più occasioni), ma chi è che adesso è in possesso della lettera di dimissioni.
“Io ho già firmato la mia rinuncia – ha detto il pontefice – Era quando Tarcisio Bertone era segretario di Stato. Ho firmato la rinuncia e gli ho detto: ‘In caso di impedimento medico o che so io, ecco la mia rinuncia. Ce l’hai’. Non so a chi l’abbia data Bertone, ma io l’ho data a lui quando era segretario di Stato”.
Il papa ricorda poi i precedenti di Paolo VI che aveva preparato una lettera di dimissioni in caso di impedimento, e quello ancora più noto di Pio XII qualora fosse andato in porto il diabolico piano di Hitler di catturarlo ed imprigionarlo in un monastero in Austria. Ma subito dopo però Bergoglio fa capire di non avere alcuna intenzione di ritirarsi nonostante i problemi di deambulazione: “Si governa con la testa, non con il ginocchio”.
Perché allora rendere nota l’esistenza della lettera di rinuncia? Certo, fa discutere il fatto che abbia dichiarato di non sapere che fine abbia fatto (e questo può suonare per certi versi sconcertante pensando che un documento del genere possa girare per il Vaticano ignorando chi l’abbia effettivamente in mano) ma va detto che dopo il precedente di Benedetto XVI nulla è più come prima.
Già Giovanni Paolo II pare avesse accarezzato l’idea di rinunciare vedendo le sue condizioni di salute aggravarsi di giorno in giorno, ma di aver poi deciso di restare al timone della Chiesa per “portare la croce” come aveva fatto Cristo, ritenendo una sua eventuale rinuncia come un modo per dire al mondo che lui la sua croce l’aveva rifiutata. Invece fino all’ultimo è rimasto papa mostrandosi per quello che era realmente; un uomo gravemente malato, cui il Signore concedeva la forza di restare in piedi e di guidare la sua barca sotto il peso di una croce.
Benedetto XVI ha invece scelto la strada opposta, quella cioè della rinuncia, di fronte al venir meno di quelle forze che a suo giudizio rischiavano di mettere in discussione la sua adeguatezza verso un compito tanto gravoso. Ma attenzione, sarebbe sbagliato raffrontare la rinuncia di Benedetto con il coraggio di Giovanni Paolo II e affermare che mentre il primo è scappato dalla croce, il secondo ha deciso di portarla fino alla fine. Semplicemente Benedetto ha voluto evidenziare come il papa, prima che il Vicario di Cristo in terra, è essenzialmente un essere umano costretto a fare i conti con i propri limiti e quindi consapevole di non poterli superare fino in fondo.
Francesco sembra ispirarsi ad entrambi i suoi predecessori, cercando di resistere fino alla fine nel suo ruolo di guida della Chiesa universale, ma di essere pronto a rinunciare qualora la sua natura umana gli impedisse di portare avanti adeguatamente il suo ministero.
Antonio Socci scrive su Libero: “La riflessione sulla rinuncia ormai s’ impone a tutti i pontefici perché il loro ministero non ha un termine temporale e – con l’allungarsi della vita media – i papi si trovano a governare la Chiesa, una realtà planetaria molto impegnativa da guidare, anche negli anni in cui l’avanzata età e le malattie gravano più pesantemente. Siccome solo il Papa può prendere questa decisione che lo riguarda (in piena libertà) ormai accade normalmente che ciascuno – in coscienza – rifletta su cosa fare in caso di malattia. Tenendo presente anzitutto il bene superiore della Chiesa, come scrisse papa Francesco nella prefazione al libro che rese nota la lettera di Paolo VI”
Non si può dunque giudicare la rinuncia di un pontefice se non penetrando nella sua intima coscienza, e non ritenere che le scelte di un papa alla fine hanno sempre un valore che va ben oltre la vicenda umana. Giovanni Paolo II, che proclamò il Novecento il secolo dei martiri, volle con la sua stessa vita dimostrare che il martirio non è una sconfitta, ma il trionfo della verità e della fede e lo fece trasformando la sua debolezza fisica in una forza. Benedetto ha preferito anteporre il bene supremo della Chiesa a se stesso, riconoscendo la propria inadeguatezza e mostrando la sua forza proprio in quella rinuncia che è stato un atto supremo di amore per Cristo e la sua Chiesa. E adesso Francesco sembra ispirarsi ad entrambi, anche lui mettendo al centro di tutto il bene supremo della Chiesa aspettando di capire quale sia realmente: continuare a servirla fino alla fine, o rinunciare se il servizio dovesse diventare difficile?
Poi non è escluso che ci possano essere state anche delle motivazioni “politiche” dietro la scelta di rendere pubblica la notizia. Ma va detto che non c’è stato atto di questo pontificato che non sia stato letto in chiave prettamente politica, dalle nomine dei cardinali, agli incarichi di Curia, dalle decisioni assunte nei confronti di vari movimenti ecclessiali fino alle nomine dei vescovi nelle varie diocesi che hanno seguito logiche e criteri molto diversi rispetto al passato. Tutto è stato letto in chiave ideologica e di strategia politica, come se Francesco stesse costruendo minuziosamente la Chiesa che dovrà sopravvivere a lui, nonostante il collegio cardinalizio sia talmente universalmente variegato da rendere molto complicato poter ragionare in un’ottica di schieramenti precostituiti e graniticamente compatti. Ma forse anche certe scelte altro non sono state che il frutto di decisioni “umane”, le stesse che del resto ispiravano l’azione di Giovanni Paolo II riflettendo inevitabilmente anche le sue convinzioni e i suoi orientamenti pastorali. Forse a Francesco non si vuole perdonare il suo essere un uomo prima che un papa, e quindi capace anche di scelte controverse e, sempre umanamente, discutibili?
Solo una cosa alla fine resta da chiarire: come mai Papa Francesco ha consegnato la lettera con le sue eventuali dimissioni al cardinal Bertone quando sapeva già che sarebbe stato di lì a poco sostituito come poi avvenuto? Perché non ha aspettato che arrivasse il successore da lui personalmente scelto? E perché rendere pubblica soltanto adesso l’esistenza della rinuncia a quasi dieci anni di distanza? E perché rivelare di averla data a Bertone ma di non sapere poi se l’abbia o meno trasmessa a Parolin? Non sarebbe stato più semplice chiedere ai diretti interessati chi due due ne sia in possesso? E perché rivelare tutto ad un giornale di orientamento conservatore, quindi più vicino agli ambienti cattolico tradizionalisti a lui ostili che a quelli progressisti solitamente più favorevoli? Ecco, queste domande effettivamente aprono degli interrogativi che inevitabilmente finiscono poi per alimentare sospetti e dietrologie.
La risposta fose sta nelle parole stesse del papa che al giornale spagnolo, a proposito della lettera ha detto: “È la prima volta che lo dico. Ecco perché lo dico. Ora qualcuno andrà a chiederla a Bertone: Dammi il pezzo di carta!”. Soltanto un tentativo di ironizzare su chi effettivamente sognerebbe una sua rinuncia, o l’ironia del papa nasconde davvero qualcosa di molto più serio? Non dimentichiamo che usando l’arma dell’ironia Bergoglio denunciò mesi fa come mentre si trovava in ospedale, all’interno del Vaticano cardinali e prelati già preparavano la sua successione organizzando conciliaboli segreti e tessendo le alleanze dandolo per morto.
Il Sole 24 Ore azzarda che si sia trattato di un messaggio inviato ai suoi oppositori partendo proprio dal particolare che il quotidiano spagnolo è conservatore e non ha mancato in passato di esprimere critiche sul suo operato. In più, qualcuno ha fatto notare che la notizia per quanto rilevante non è poi così dirompente, visto che Francesco già in passato ha dichiarato di essere pronto a ritirarsi in caso di impedimento; il precedente di Benedetto XVI comunque svuota di valore un evento che potrebbe verificarsi ma che in fondo si è già verificato in maniera molto più traumatica per la Chiesa. Perché dunque rivelare questo particolare con i contorni misteriosi circa il destino del “pezzo di carta”?
Scrive il Sole: “Da oltre un anno – dopo l’operazione al colon del luglio 2021 – sono fatte circolare ad arte voci e rumors strumentali su possibili dimissioni, sia per problemi di salute che di età o altro. In realtà lui non ci pensa affatto, e anche se viaggia in sedia a rotelle perché non si vuole operare al ginocchio, nel complesso sta bene per un uomo di 86 anni visibilmente non sportivo. Le voci sono messe in giro da chi vorrebbe le dimissioni e arrivare ad un conclave dove cercare di coalizzare le correnti – specie di origine americana – avverse al Papa, che nel frattempo ha modificato a fondo la struttura del Sacro Collegio dei cardinali. Parlando di lettera già firmata di fatto supera a destra – in tutti i sensi – i suoi oppositori, gli scarica la pistola, li rende superflui. E tantopiù con un’intervista ad un giornale autorevole spagnolo, molto letto nel mondo a lui meno vicino”.
Tutto può essere, ma davvero è soltanto un tentativo di spuntare le armi agli avversari? Davvero è così semplice e per certi versi banale la lettura della situazione?



