Quando lo scorso ottobre il Ministero dell’economia, a esecutivo di destra appena insediato, aveva ipotizzato per il 2023 una crescita dello 0,6%, poco ci mancò che venisse seppellito dalle risate. Secondo la Commissione europea saremmo cresciuti al massimo dello 0,3%, mentre l’Ocse si fermava allo 0,2% e l’Fmi ci vedeva addirittura in recessione, al -0,2%. Previsioni che secondo molti sarebbero state viste al ribasso, visto che il “governo dei competenti” era stato appena mandato a casa.
E invece adesso a ridere sono Giorgetti e Meloni, dopo che il commissario Gentiloni ha annunciato che l’Italia quest’anno crescerà ancora più di quanto previsto a via XX settembre, addirittura dello 0,8%, restando in linea con la media europea e soprattutto facendo meglio della Francia (+0,6%) e della Germania, che evita a stento la decrescita (+0,2%). Meglio di noi farà solo la Spagna, che però deve ancora recuperare i livelli pre-Covid, mentre l’economia italiana è già tornata più grande di come era nel 2019.
Un bel risultato per la premier, che arriva proprio il giorno dopo l’inequivocabile successo delle regionali in Lombardia e Lazio concedendole qualche mese di respiro per realizzare come meglio crede il suo programma di governo. Ma un bel risultato per l’Italia tutta, che dimostra di essere molto più resistente di quanto previsto dagli esperti. Nessuno si aspettava che il nostro tessuto produttivo, fatto soprattutto di aziende piccole e piccolissime del tutto dipendenti dall’estero per l’approvvigionamento di materie prime e semilavorati, sarebbe stato in grado di resistere all’enorme aumento del prezzo dell’energia e delle crisi geopolitiche che hanno tagliato fuori clienti importanti.
E invece il nostro sistema, che sarà pure troppo frammentato ma di certo è veloce ad adattarsi ai cambiamenti, ha saputo resistere prima trovando ogni modo possibile per diminuire il consumo di energia senza far calare la produzione e poi trovando nuovi mercati per compensare le quote perse altrove. I dati sul mercato del lavoro parlano chiaro: a dicembre l’occupazione è salita al 60,5% (un record per l’Italia) e la disoccupazione è rimasta stabile al 7,8%. E con l’inflazione che ha finalmente raggiunto il suo picco, la dipendenza dal gas russo quasi del tutto neutralizzata e la Cina finalmente riaperta al mondo la speranza è che la situazione continuerà a migliorare.
Qui entra in gioco l’azione di governo, che ha ottenuto da Bruxelles l’autorizzazione ad apportare alcune modifiche al Pnrr per renderlo più rispondente alle nuove esigenze del paese. Gli investimenti che verranno decisi saranno fondamentali per dotare il nostro sistema industriale quei binari sui quali far accelerare la locomotiva della crescita. Bisognerà poi tornare a far sentire la propria voce in Europa, dove la Germania sembra intenzionata a continuare a imporre la sua volontà sul resto del continente; mentre continua a osteggiare qualunque modifica al Patto di stabilità (fondamentale per consentire all’Italia di indebitarsi per nuovi investimenti) vuole ottenere l’autorizzazione a spendere 270 miliardi di euro per le aziende tedesche, che riceverebbero così un aiuto inimmaginabile per le altre aziende europee.
Su questo punto si giocherà molto della battaglia italiana per proseguire sul sentiero della crescita: l’inquilina di Palazzo Chigi farebbe bene a prendere nota e a trovare un modo per parlamentare con gli altri leader, a partire dall’odiato Macron. D’altra parte è con gli amici che si stringono trattati di pace.



