Africa, asso nella manica di Meloni?

lunedì, 17 Aprile 2023
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L’Africa potrebbe diventare un asso nella manica di Meloni. È ancora presto per fare previsioni. Ma un’accelerazione all’attuazione della strategia africana della premier è venuta dal viaggio di venerdì e sabato scorsi ad Addis Abeba, dove Meloni ha incontrato il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud.

L’importanza geopolitica e geostrategica acquisita oggi dall’Etiopia è testimoniata dal fatto che la missione della presidente del Consiglio segue di poco il viaggio compiuto dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, sempre ad Addis Abeba e precede di qualche settimana le analoghe visite di Emmanuel Macron prima e di Olaf Scholz poi.

I principali leader del G7 si stanno insomma precipitando in Etiopia nel giro di appena due mesi: che cosa succede? Perché tanto, improvviso interesse per il grande Paese del Corno d’Africa? Succede che la fine della guerra civile nel Tigray ha improvvisamente proiettato Addis Abbeba nel ruolo di primario stabilizzatore dell’Africa orientale, una delle aree di maggiore turbolenza mondiale e principale crocevia dei flussi di migranti che arrivano sulle coste libiche. Non c’è quindi bisogno di spiegare l’interesse che in questo momento riveste per l’Italia e per l’Europa l’appoggio al governo di Ahmed. Anche in considerazione del fatto che l’Etiopia, con 120 milioni di abitanti, è il secondo Paese più popoloso dell’Africa nonché la terza economia del continente.

In questo scacchiere geografico si sta combattendo una grande battaglia per l’egemonia sull’area mediterranea e per il controllo dei movimenti migratori. Al confine Ovest dell’Etiopia si è ripreso infatti a combattere. Parliamo del Sudan, Paese poverissimo e disgraziatissimo: le truppe del generale Mohamed Hamdan Dagalo, amico di Mosca, hanno preso le armi contro le forze del generale Abdel Fattah al-Burhan, al vertice della giunta militare che governa il Paese. È una guerra molto “affaristica”, visto che Dagalo controlla diverse miniere d’oro. Appoggiato dalla Wagner, il generale sudanese si è recentemente incontrato con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov.

Sullo sfondo del conflitto interno a Khartoum c’è la partita a quattro (Usa, Europa, Cina e Russia) per le materie prime dell’Africa. Ma c’è soprattutto (e la cosa ci riguarda direttamente) l’utilizzo dell’arma migranti per destabilizzare il fianco Sud del nostro continente: il Sudan è un altro punto di snodo per le colonne di disperati che, attraverso il Ciad, raggiungono la Libia, dove sono ad attenderli gli scafisti.

In questo quadro, diventa strategico il rafforzamento dell’Etiopia, un risultato che si può ottenere utilizzando principalmente lo strumento economico: dal sostegno finanziario alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali. Con Ahmed, Meloni ha siglato un accordo che prevede aiuti, in tre anni, di 140 milioni di euro (100 in prestiti e 40 a fondo perduto). Come anche nel caso della Tunisia, l’Italia si impegna inoltre per lo sblocco dei fondi del Fmi destinati ad Addis Abeba. Una delle condizioni per il via libera ai finanziamenti era proprio la fine della guerra civile nel Tigray. Fatto non meno importante, l’Italia partecipa, con sue imprese, alla costruzione di sei grandi dighe, opere fondamentali per combattere la desertificazione che avanza in quell’area dell’Africa.

Il viaggio in Etiopia è anche la seconda tappa (la prima è stata l’Algeria) sulla strada del “Piano Mattei”, su cui Giorgia Meloni insiste dall’inizio del suo mandato. Ancora non sappiamo come il progetto verrà articolato (la sua presentazione dovrebbe avvenire in ottobre), ma, da quanto la stessa premier ha anticipato, l’idea sarebbe quella di trasformare l’Italia, grazie agli accordi con diversi Paesi africani, nel grande hub energetico del Mediterraneo.

Insomma l’Africa, nelle intenzioni di Giorgia, dovrebbe diventare una grande carta per il governo. Vedremo come (e quando) Meloni la calerà. Certo la prospettiva è ambiziosa. A governi dai “pensieri lunghi” non eravamo più abituati. Oggi la politica pare intenzionata a guardare lontano. Per come eravamo messi fino a qualche anno fa, non si può davvero dire che sia poco.

 

 

 

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