L’Ue è il banco di prova più impegnativo per la Meloni. E la premier lo sa, tanto che sta affrontando la prova con un certo impeto. In questi ultimi tempi abbiamo visto Giorgia impegnata in una frenetica attività di incontri, missioni, contatti con i leader europei.
Sullo sfondo ci sono le grandi questioni della riforma del patto di stabilità e della politica sui migranti, dalle quali dipende buona parte del futuro politico del governo. E questo sia perché, dal gradimento Ue, dipendono i margini della politica economica sia perché, sempre dalle capitali europee, dipende l’equa redistribuzione del peso sociale dell’ondata migratoria che si abbatte sull’Italia attraverso il Mediterraneo.
Quello che colpisce della Meloni è che abbia dedicato particolare cura a stabilire buoni rapporti con i rappresentanti dei Paesi Ue più distanti dalle posizioni dell’Italia, leader finora sordi alle nostre richieste su bilancio e migranti. Prima, circa un mese fa, la premier italiana ha invitato a Roma e incontrato l’omologo olandese, l’antipaticissimo Mark Rutte, capofila del fronte dei “frugali” dell’Ue. Pochi giorni fa, è stata la volta del cancelliere austriaco, Karl Nehammer, anch’egli a capo di un governo assai poco disposto ad ascoltare le ragioni di Roma.
Visti da vicino, sono sembrati personaggi assai meno ostici di quello che apparivano in passato. Ma, al di là di quello che ne potrà scaturire durante i prossimi consigli europei, il dato interessante è che questi contatti bilaterali stabiliti da Roma sono il segnale di una accorta strategia meloniana in Europa, quella che potremo definire la strategia del carciofo: affrontare gli avversari, non tutti insieme, ma uno per uno, come appunto si fa con i carciofi, le cui foglie si staccano una per volta.
La foglia della “frugale” Olanda va ad esempio staccata, non solo esibendo le cifre in nero e in rosso dei bilanci, ma anche attraverso l’avvio di una collaborazione in campo militare, come pare stia avvenendo. Per quello che riguarda l’Austria, sul piatto della bilancia c’è anche l’annosa questione del traffico pesante che passa attraverso il Brennero, che crea da sempre incomprensioni tra Roma e Vienna.
Unendo insieme tante singole questioni, si possono affrontare, Paese per Paese, le grandi questioni Ue. È ancora presto per parlare di risultati. In ogni caso ci sono già da registrare concilianti parole dai due interlocutori europei sulla questione migranti. Se per l’olandese si deve attuare una «lotta unita contro i trafficanti di esseri umani», per l’austriaco è necessario adottare un «nuovo paradigma», nel riconoscimento che l’Italia non può continuare a essere «sotto scacco». È la prima volta che arrivano parole simili dai rappresentanti di Olanda e Austria.
Più difficile da risolvere appare invece la questione della riforma del patto di stabilità. Proprio nel corso dell’incontro con Nehammer , la Meloni si è espressa in termini critici nei confronti della proposta avanzata dalla Commissione di Bruxelles. La premier ha infatti accusato di «scelta miope» l’Ue perché nel computo del defict non sembra disposta a tenere conto della «transizione verde e digitale» nonché degli investimenti. Per la presidente del Consiglio questo tipo di miopia appare tanto più grave quanto più si considerano le spese sostenute dai governi europei per il sostegno all’Ucraina.
In realtà, non siamo ancora entrati nel vivo delle discussioni sul nuovo patto di stabilità. Ed è ovvio che l’Italia, con l’altissimo debito che si ritrova, sta cercando di ottenere i più ampi margini di manovra possibili. È bene però chiarire che la base di partenza offerta da Bruxelles è comunque interessante, perché la proposta di riforma di Bruxelles offre una certa flessibilità di riduzione del debito nell’arco di 7 anni. Nulla a che vedere con le regole capestro stabilite dal fiscal compact nel 2012, regole che prevedevano di portare il rapporto debito/Pil al 60% nell’arco di 20 anni. Una roba da vero suicidio per un Paese come il nostro, che nel 2022, a seguito dell’emergenza Covid, ha raggiunto il livello del 144,4%.
Ora questo rischio è scongiurato, ma l’Italia per ripartire ha comunque bisogno di maggiore flessibilità di bilancio, facendo intendere ai partner Ue l’importanza di distinguere le spese correnti da quelle d’investimento.
È questa l’odierna, grande scommessa del governo Meloni, che però, negli ultimi tempi, ha ricevuto un inatteso “regalo” da Emmanuel Macron: la sparata antiamericana e filocinese del presidente francese ha automaticamente accresciuto il peso politico nell’Ue della filoatlantica Italia. In questo senso va vista anche la recente visita della premier italiana all’atlantissima Londra, dove ha incontrato l’atlantissimo Rishi Sunak. È un peso che potrà farsi sentire anche nelle discussioni sulla riforma del patto di stabilità. Anche questa è politica del carciofo. Che in questo caso ci è suggerita dalle improvvide iniziative del “carciofone” francese.



