Centrodestra, il modello italiano va alla conquista dell’Europa? È quello che potrà avvenire dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo del prossimo anno. Sono molti ad auspicarlo, ma non sono neanche pochi quelli che temono una simile possibilità.
E sono proprio questi timori a spiegare probabilmente gli attacchi a Giorgia Meloni che sono ultimamente piovuti dalla Francia di Emmanuel Macron e dalla Spagna di Pedro Sanchez. Il timore è di due tipi. Il primo, strettamente politico, è la possibilità di un ribaltamento degli equilibri nelle istituzioni centrali dell’Ue, con l’asse popolari/conservatori che sostituisca quello popolari/socialisti attualmente in auge. Il secondo timore, più ideologico e strategico, è che il mutamento politico porti anche a un cambiamento delle mentalità prevalenti nei centri di potere del continente, con una messa in discussione dell’egemonismo “politically correct” , che è particolarmente sensibile nel campo dei cosiddetti “diritti civili” e dell’ideologismo ambientalista.
C’è chi in Italia sta cominciando a scaldare i muscoli e non si tratta, come molti potrebbero credere, della Meloni (che mantiene un profilo di grande prudenza), bensì di Silvio Berlusconi, il quale s’è lanciato, in un aperto ed entusiastico sostegno dell’idea del centrodestra europeo. Secondo il leader di Forza Italia un simile centrodestra «sarebbe una svolta importante e darebbe un nuovo un nuovo impulso al funzionamento delle istituzioni europee». Berlusconi – che sul tema ha rilasciato una lunga intervista al “Giornale” – esprime una critica severa del “modello Ursula”, potenziale causa di «paralisi o soluzioni pasticciate». Sia detto per inciso, Ursula von der Leyen dovrebbe rimanere a capo della Commissione Ue anche dopo le elezioni, ancorché sostenuta da una maggioranza diversa. Una Ursula per tutte le stagioni? È quello che filtra attualmente dai palazzi della politica Ue.
Ma il problema naturalmente non è chi sarà a capo dell’organismo centrale dell’Unione dal 2024 al 2029. Il punto è stabilire se poi questo centrodestra europeo spiccherà effettivamente il volo. Diciamo che il vento è al momento favorevole all’operazione. Un segnale importante verrà dalle elezioni politiche in Spagna del 23 luglio prossimo, consultazioni che dovrebbero riportare al governo i popolari di Nunez Feijo e decretare la sconfitta dei socialisti di Sanchez. Particolare significativo: i popolari tornerebbero a guidare la Spagna in alleanza con i “savranisti” di Vox, che sono alleati di Gorgia Meloni nel gruppo parlamentare a Strasburgo dei conservatori/riformisti (Ecr).
Perché allora i dirigenti di FdI , pur dandosi un gran da fare nei contatti con i popolari europei, mantengono una certa prudenza sull’ipotesi della grande alleanza di centrodestra in Europa? Scaramanzia a parte, c’è il fatto che di qui alle Europee manca ancora un anno e qualcosa può sempre andare storto. Che cosa? Innanzi tutto le difficoltà nell’erogazione dei fondi del Pnrr. Non manca chi, dentro il partito della premier, interpreta i ritardi degli ultimi mesi come una forma di resistenza politica (ancorché espressa da burocrati) all’espansione in Europa di FdI. Di qui l’interesse di Giorgia a non allarmare nessuno, cosa che potrebbe accadere se il suo partito si lanciasse in annunci trionfalistici di qui alle elezioni.
E poi c’è da evitare il rischio di suscitare “gelosie” negli stessi alleati di Forza Italia che sono parte integrante, da decenni, del Ppe. Formalmente devono essere proprio i berlusconiani i protagonisti dell’operazione. Non a caso, è improbabile che Manfred Weber, presidente del gruppo Ppe a Strasburgo, incontri giovedì prossimo la Meloni a Roma, dove sarà per partecipare a un convegno del Ppe.
Insomma, per FdI è il momento delle bocche cucite e delle dita incrociate. Passare in pochi anni dalla condizione di piccolo, ancorché vitale, partito italiano a grande e centrale formazione europea è un’occasione troppo grande ed esaltante per vedersela svanire a causa di dichiarazioni o atteggiamenti imprudenti. Certi treni passano solo una volta. Almeno nell’arco di un secolo.



