E’ opportuno che il papa vada in Tv partecipando a programmi televisivi?
Papa Francesco, fra le tante innovazioni introdotte, ha anche cambiato notevolmente il modo di comunicare, cercando il rapporto diretto con i media e di fatto bypassando spesso le strutture della comunicazione vaticana.
Memorabili i suoi dialoghi con il compianto Eugenio Scalfari che hanno spesso ingenerato equivoci e polemiche circa la corretta interpretazione delle dichiarazioni del pontefice, che hanno obbligato più volte la Sala Stampa vaticana a correre ai ripari (come quando gli fu messo in bocca che il peccato era soltanto un’invenzione umana). Lo stesso Scalfari dovette a sua volta ammettere che le dichiarazioni attribuite a Bergoglio erano spesso il prodotto di sue interpretazioni del tutto personali e suggestive.
Francesco ha rilasciato interviste alle televisioni di tutto il mondo, ha dialogato con il Tg5, è andato ospite da Fabio Fazio, ultimamente si è seduto nello studio di “A Sua Immagine” il noto programma religioso della Rai condotto da Lorena Bianchetti dove c’è stata anche la gaffe della conduttrice sul programma televisivo preferito dal Bergoglio bambino (ma il pontefice ironicamente ha risposto che all’epoca la televisione non c’era ancora).
E’ proprio nel corso di questi incontri televisivi che Papa Francesco ha rilasciato le dichiarazioni più dirompenti su temi delicati come le unioni gay, il celibato sacerdotale, l’ordinazione delle donne, che hanno fatto spesso insorgere il legittimo sospetto di un cambio di passo della Chiesa che però, come chi scrive ha documentato nel libro “Papa Francesco in Controluce” Historica edizioni, nei fatti non c’è mai stato
Ma tornando alla domanda iniziale, è opportuno che il papa partecipi ai talk show televisivi o si lasci intervistare come un qualsiasi leader politico o vip? Iniziamo con il dire che, per quanto si sforzi di apparire una persona umana, un uomo uguale a tutti gli altri, il pontefice di fatto non lo è, e soprattutto non è un capo di governo che ha bisogno di ricercare ossessivamente il consenso popolare. Il papa per i cattolici è il vicario di Cristo in terra, e per quanto negli anni si sia cercato di avvicinare sempre di più il pastore al gregge favorendo il contatto diretto con le folle, resta comunque una figura carismatica e simbolica da conservare. Ciò non significa che il pontefice debba essere distante dalla gente, ma che è tenuto comunque a conservare la sacralità di un’istituzione che non può essere normalizzata. Il rischio altrimenti è quello di trasformare il papa in un fenomeno mediatico, che insegue il successo cavalcando il pensiero unico e modificando la dottrina per compiacere una società che vuole linguaggi nuovi calibrati sulle esigenze del mondo contemporaneo. E non è un caso che Francesco cerchi il contatto soprattutto con testate e trasmissioni orientate a sinistra (vedi il programma di Fazio) o i colloqui con la Repubblica e il Corriere della Sera, giornali di lunga tradizione laica, dove poter meglio veicolare messaggi politicamente corretti e dare segnali di discontinuità rispetto ai pontificati precedenti. Ma il papa, per quanto non debba condannare ossessivamente chi è in errore ma trasmettere il messaggio di salvezza che è alla base del cristianesimo, non può dimenticare che al capo della Chiesa Cattolica non è richiesto di ricercare l’abbraccio del mondo, ma di convertire il mondo al Vangelo.
Invece Papa Francesco suo malgrado si è lasciato in questi anni strumentalizzare dal pensiero unico che ne ha fatto un testimonial del globalismo planetario (no ai muri, no ai sovranismi, frontiere aperte, accoglienza per tutti, fratellanza universale), dell’ecologismo mondiale (le battaglie sul clima, per il risparmio energetico, la salvaguardia del pianeta e delle sue risorse), presentandolo come un rivoluzionario rispetto ai predecessori sui temi etici e sulla morale e svuotando i suoi messaggi di qualunque fondamento cristiano.
Una Chiesa che però ha finito con il perdere autorevolezza. Se ne è avuta prova con il tentativo di mediazione messo in atto per fermare il conflitto russo-ucraino, che ha visto il pontefice farsi promotore a parole di non meglio precisati tentativi di pace, ma trovando da parte di Mosca e Kiev una disponibilità soltanto formale che non ha prodotto, almeno per ora, alcun concreto risultato.
Cosa manca a Francesco per avere successo come lo ebbe Giovanni XXIII nel placare la tensione fra Usa e URSS ai tempi della crisi di Cuba?’ Non sarà che il ricercare ossessivamente la normalizzazione del papato ha prodotto come conseguenza la perdita di prestigio? Non sarà che il papa ha finito con lo snaturare la sua funzione di garante universale, proprio nel momento stesso in cui ha scelto di venire meno a quella sana distanza con il mondo e scegliendo di essere in qualche modo affine a quel pensiero unico globalista di cui spesso sembra sposare le battaglie? Come dimenticare la propaganda pro vaccinazioni durante la pandemia, quasi trasformando il vaccino in un atto di fede anziché di scienza e arrivando al punto di sottomettere la religione alle decisioni dei governi (chiese chiuse, niente messe, green pass per partecipare alle celebrazioni).
Giovanni Paolo II è stato un papa decisamente carismatico, capace di instaurare un legame molto forte con le folle ma senza mai venir meno a quella sana distanza che ha permesso di conservare la sacralità dell’istituzione papale e il suo alto valore simbolico. Chiamando il salotto di Bruno Vespa ed intervenendo in diretta per ringraziare il conduttore che aveva organizzato una puntata celebrativa in occasione dei suoi ottant’anni, ma mantenendo un sano distacco rispetto ad un uso disinvolto dei media.
Papa Francesco probabilmente è in buona fede, pensa di avvicinare così le persone alla fede, facendo scoprire loro una Chiesa più aperta, inclusiva, dialogante, disposta a confrontarsi con il mondo e ad abbracciare i lontani: ma la sensazione che si è percepita finora è stata quella di un percorso esattamente opposto, ovvero quello di aver adattato la Chiesa allo spirito dei tempi e aver favorito lo sviluppo di un cristianesimo senza Cristo, basato su valori universali certamente condivisibili, ma del tutto scollegati dall’obiettivo di convertire il mondo al Vangelo, facendo riscoprire la bellezza e il valore della fede cattolica. Che va senz’altro riproposta con linguaggi nuovi ma mantenendo la propria purezza e integrità dottrinale, senza compromessi con il mondo e con i nemici della Chiesa. Quelli che promuovono il papa quando parla il linguaggio del politicamente corretto e lo silenziano invece quando va fuori dai binari, condannando aborto ed eutanasia ed esprimendosi negativamente sull’ideologia gender. Temi che stranamente non vengono mai affrontati nei salotti televisivi cui il pontefice si concede e dove lui stesso come detto cerca di apparire meno distante dal mondo (come quando disse che la Chiesa non poteva riconoscere le unioni gay ma gli Stati avevano il dovere di farlo).
Per questo è forse il caso di riscoprire e ritornare alla sana distanza di Giovanni Paolo II ed evitare la spettacolarizzazione del papato. Meglio un papa popolare alla Wojtyla che populista!



