Salvare le aziende e buttare a mare il partito l’ultima mossa di Silvio?

mercoledì, 14 Giugno 2023
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Ora che se n’è andato i parlamentari di Forza Italia stanno probabilmente ripensando con un brivido al mantra che il Cavaliere ripeteva ininterrottamente durante interviste, comizi, chiacchierate tra amici: “Sono un imprenditore prestato alla politica”. Pazienza se alla fine Silvio ha dedicato gli ultimi trent’anni della sua vita a gestire – o cercare di farlo – la cosa pubblica; il suo vero amore non era l’Italia, ma le sue Milano 2, Mediaset, Mediolanum, Milan, quella “roba” che ha fatto di tutto per tenersi pure da premier a costo di costringere i suoi avvocati a cercare scappatoie di ogni tipo per sfuggire alla temibile legge sul conflitto d’interessi.

La politica è stata una passione tardiva e tutto sommato non totalizzante, scelta forse più per salvare le aziende che per genuina volontà di mettersi al timone del Paese. È per questo motivo che in Forza Italia molti temono che il partito sarà l’elemento sacrificabile della sua eredità, non a caso l’unico a non essere stato lasciato sotto il controllo del clan Berlusconi.

Non avendo ancora visto il suo testamento (anzi, ancora non si sa per certo se un testamento esista) è presto per fare congetture, ma l’impressione è che Silvio volesse lasciare le sue aziende saldamente in mano ai figli, riservando le briciole ai collaboratori, pure quelli più stretti che lo hanno accompagnato per tutta la vita. Anche perché una gestione mantenuta in famiglia darebbe maggiore possibilità a Mediaset di continuare a esistere come entità indipendente, senza cadere preda degli appetiti degli investitori esteri, primo fra tutti la francese Vivendi che già detiene il 23% delle quote e scomparso il fondatore potrebbe andare all’assalto per prenderne il controllo. Una famiglia unita, possibilmente senza crepe tra i maggiori Marina e Pier Silvio e i minori Barbara, Eleonora e Luigi, avrebbe maggiori possibilità di resistere. Tutta altra storia in Forza Italia, dove Berlusconi si è guardato bene dall’abdicare, anche quando le condizioni fisiche avevano reso evidente che la sua leadership non poteva durare a lungo. Ha preferito circondarsi di politici di scarso spessore o, quando lo spessore c’era, come nel caso di Antonio Tajani, a mancare era il carisma in grado di rendere credibile una futura leadership. Non è un caso se i politici forzisti più talentuosi, da Crosetto a Fitto passando per Gelmini e Carfagna, abbiano man mano cambiato partito.

Un altro segnale che la dice lunga sull’indifferenza nei confronti del destino di Forza Italia è che il Cavaliere ha permesso a Marina, da anni presidente della Mondadori, la vendita di tutte le testate giornalistiche del gruppo, a lungo alleate indispensabili nel sostenere le battaglie politiche degli azzurri, fino al punto di disfarsi, qualche settimana fa, persino del Giornale. Segnale inequivocabile che gli interessi dei Berlusconi sono sempre più lontani dalla politica.

La sfida dei prossimi anni è rispondere agli attacchi del patron di Vivendi Vincent Bolloré – soprannominato non a caso “requin”, lo squalo – e cercare di reagire allo strapotere delle piattaforme streaming aumentando la produzione di contenuti televisivi generalisti per il mercato internazionale e rafforzare in borsa il titolo di MediaForEurope, la holding di famiglia che contiene le partecipazioni più rilevanti. Una sfida nella quale Forza Italia, esauritosi con la scomparsa di Silvio la questione del conflitto d’interessi, ha un ruolo minimo e dunque sacrificabile. Magari consegnandone le spoglie a Giorgia Meloni, forse interessata a inglobare il partito per garantirsi quella rispettabilità (e un bell’accordo di maggioranza con il Ppe) che tanto le farebbe comodo in Europa.

E forse dalle parti di via dell’Umiltà, dove sono abituati ad avere un capo capace di risolvere tutti i problemi, si tifa proprio per questa soluzione.

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