La pesca a strascico dell’Arabia “inaudita” nel mare magnum del calcio internazionale sta fruttando fuoriclasse a fine carriera, anche un po’ bolsi, giovani di belle speranze e soprattutto giocatori nel pieno della maturità agonistica, che non resistono all’entusiasmante idea di gonfiare in maniera esponenziale il proprio conto corrente. Il profumo dei bigliettoni sonanti sta sconvolgendo il sistema mondiale del pallone (e non solo) con buona pace di Fifa, Uefa e dei tre club europei che avevano accarezzato il sogno della Superlega. Ora quella si chiama Saudi Pro League e si giocherà in queste settimane a Riyad e dintorni, sotto il controllo diretto del ministero dello Sport. Gente come Ronaldo, Benzema, Kanté, Koulibaly, Ruben Neves, Brozovic e Milinkovic-Savic animeranno il nuovo calcio-intrattenimento immaginato dal principe ereditario Mohammed bin Salman. E non è detto che sia è finita qui, non solo perché le offerte di acquisto vengono recapitate a decine ogni giorno ai club di mezza Europa, ma anche perché i sauditi hanno cominciato a fare concorrenza ai dirimpettai qatarioti e dhabensi (pare che si chiamino così i cittadini di Abu Dhabi), che controllano Psg e Manchester City. Ciro Immobile, per dire, si sta macerando da giorni nel dubbio se accettare un’offerta principesca da 17 milioni all’anno.
Il nuovo Eldorado è dunque il Medioriente dopo la fallimentare campagna di conquista tentata da alcuni magnati cinesi tra il 2015 e il 2017 per lanciare il calcio su scala nazionale attraverso la Chinese Premier League, «prima che – ha avuto modo di riflettere acutamente Paolo Condò – Xi Jinping si rendesse conto che Conca, Hulk, Pellè, Eder, Fellaini e Bakambu non potevano essere fra i venti giocatori meglio pagati del pianeta, perché i cinesi non ci facevano una gran figura».
Quali sono gli obiettivi del signore dei petrodollari Mohammad bin Salman? Primo ministro dal 22 settembre 2022, 37 anni, il principe ereditario scorge un orizzonte roseo almeno fino al 2040 quando cambieranno le prospettive del Paese sul petrolio. Entro quell’epoca bisognerà integrare le fonti di finanziamento e l’intrattenimento sportivo e il turismo sembrano degli ottimi pilastri di geopolitica. Bin Salman ci sta lavorando con efficacia per fare dell’Arabia Saudita un fantastico luna park di caratura mondiale. Tutto il marcio di cui si è detto sui maxi-cantieri degli stadi sembra sotterrato anche grazie alla tolleranza dei vertici del calcio mondiale ed europeo. C’è un’agenda sportiva da stendere, che riempirà nei prossimi anni la penisola araba di grandi appuntamenti.
Per questo è in atto anche un’imponente opera di sportwashing, vale dire la politica adottata da Paesi, quasi sempre dittature, che intendono ripulirsi l’immagine attraverso l’organizzazione di ambiziosi eventi sportivi. In una dichiarazione resa al New York Times, secondo la dissidente saudita Lina al Hathloul il governo vuole che quando si parli di Arabia Saudita si pensi a Cristiano Ronaldo e non a Kashoggi, il giornalista d’inchiesta scomparso nell’ambasciata di Istanbul il cui corpo non è mai stato ritrovato.
Il “rinascimento arabo” procede in grande stile, ci saranno eventi di automobilismo, golf, pugilato e ippici, mentre nel calcio, scottato dai recenti mondiali in Qatar il Pif, il fondo sovrano arabo, una bocca da fuoco di circa 700 miliardi di dollari, presieduto, manco a dirlo, da Mohammed bin Salman, nel 2021 ha acquisito il Newcastle, storico club della Premier League, che si è appena assicurato le prestazioni sportive dell’italiano Sandro Tonali, pagandole 80 milioni di euro “cash”. Il Newcastle parteciperà, tra l’altro, alla prossima Champion League.
L’obiettivo malcelato degli sceicchi è quello di ottenere l’organizzazione dei mondiali di calcio del 2030 e ci vogliono arrivare sportivamente avvezzi. E’ semplice supporre che con la crisi che attanaglia mezzo pianeta la generosa profferta degli arabi sarà e… Saudita. Il golf è l’ultimo terreno di battaglia sul quale si sono misurati, da vincitori gli sceicchi. Dopo anni di cause e carte bollate Pga Tour e Liv si sono fusi mettendo fine a una battaglia che durava da due anni tra lo storico ente che governa il golf americano e la nuova lega a proprietà saudita, che stava strappando al primo i migliori giocatori. Nell’ambito della fusione, la Public Investment Fund, proprietaria di Liv Golf, ha firmato un accordo commerciale che comprende diritti e merchandising del Pga Tour e del dp World Tour. «La nuova proprietà condivisa a scopo di lucro – recita il comunicato congiunto – assicurerà a tutti i soci benefici che deriveranno da un modello mirato a massimizzare la competizione e il livello del gioco con tutti i migliori giocatori al mondo». Laconico, nel merito, il Guardian: «E’ la dimostrazione che pozzi senza fondo di denaro possono sconvolgere lo sport. Lo sportwashing funziona».



