Per Donald Trump si mette male, almeno da un punto di vista legale: l’ex presidente è stato incriminato per la terza volta in quattro mesi. Ma stavolta la mazzata è pesantissima: Trump dovrà rispondere di cospirazione per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, quando migliaia di fanatici trumpiani fecero irruzione nella sede del Parlamento americano.
Al di là di come andrà finire per “The Donald”, è certo che questo ennesimo, gravissimo caso politico-giudiziario è il sintomo della grave crisi in cui si dibattono oggi gli Stati Uniti, un Paese profondamente diviso, al punto da vivere una sorta di guerra civile permanente. Un Paese che non sa nemmeno gestire la sua leadership internazionale, perché non è più fattore di stabilità mondiale ma fomentatore di crisi e di conflitti, che spesso si scaricano sui suoi alleati, come nel caso della guerra in Ucraina.
Per quanto riguarda, in particolare, le accuse a Trump, è il caso di precisare che il procuratore speciale Jack Smith gli contesta quattro capi di accusa. L’ex presidente dovrà innanzi tutto rispondere di «cospirazione per frodare gli Stati Uniti usando la disonestà e l’inganno allo scopo di ostacolare il processo nazionale di raccolta, conteggio e certificazione dei risultati delle elezioni presidenziali». E poi ancora di cospirazione allo scopo di ostacolare un procedimento ufficiale (cioè di impedire che il Congresso dichiarasse valide le elezioni riconoscendo Joe Biden presidente) e di ostruzione di un procedimento ufficiale. Infine di aver attentato al diritto costituzionale. Secondo il procuratore Smith, la “cospirazione” di Trump sarebbe consistita nell’aver alimentato la furia dei suoi sostenitori più fanatici con la “bugia” di una presunta frode elettorale di Biden.
A questo ennesimo colpo giudiziario il tycoon risponde dando del «pazzo» al suo accusatore e dicendosi vittima di una «persecuzione da Germania nazista e da ex Unione Sovietica». Su un piano più strettamente politico, i sostenitori di Trump sospettano che l’amministrazione Biden, accusando l’ex presidente di cospirazione, intenda interferire sulle elezioni presidenziali del prossimo anno.
In effetti, i risultati della graticola mediatico-giudiziaria cui Trump è sottoposto da vari mesi si avvertono già sull’elettorato repubblicano, ma si tratta di effetti favorevoli all’ex presidente, visto che “The Donald” è largamente favorito, proprio in virtù del suo profilo di “perseguitato”, nella corsa alla nomination del “Grand Old Party”.
Volendo fare della dietrologia spicciola, si può infatti pensare che i democratici abbiano tutto l’interesse a favorire una nuova sfida fra Trump e il candidato democratico (magari lo stesso Biden) nelle elezioni del 2024. Il tycoon partirebbe in tal caso già come un’”anatra zoppa”: molti elettori repubblicani non voterebbero certo un candidato accusato di attentare alla democrazia americana.
È presto comunque per fare previsioni. L’unico dato certo è che le vicissitudini elettorali di Trump sono un fattore di blocco per la politica Usa. Il tycoon c’ha naturalmente messo anche del suo per cacciarsi nei guai. Ma è presumibile anche immaginare che il sistema Usa voglia oggi “punire” Trump, non tanto per aver “cospirato” contro chicchessia, quanto per essere stato il grande outsider della politica americana, quello che scompaginò nel 2016 i giochi dell’establishment, che aveva già scelto Hillary Clinton come sua portabandiera.
Di tutta questa stagione di turbolenze non sono rimaste idee ma una lunga scia di rancori. Non è un bene per l’America. E, in fondo, non è un bene neanche per noi.



