Chi scrive è convinto che l’abito faccia il monaco. E che le istituzioni repubblicane, in crisi di contenuti, credibilità, autorevolezza, abbiano bisogno di decoro formale e sostanziale.
Forma e sostanza insieme, come si diceva un tempo. Invece abbiamo vissuto interi periodi dove la forma è diventata solo fuffa e la sostanza sparita. E poi, gradualmente è sparita pure la forma.
Se facciamo una foto ora, infatti, qual è il prodotto percepito del nostro Stato? I magistrati? Sciatti e vecchi. Il presidente? Un grigio nonno “capo-ufficio”, veicolatore e amplificatore di un lessico antico e astratto. I manager? Troppo casual e finto americani. E, non dulcis in fundo, i politici, autobiografia nel bene e nel male della nazione.
Durante la prima Repubblica, da destra a sinistra, i capi erano noti per la distanza burocratica che ostentavano rispetto al popolo. Aldo Moro addirittura, andava in spiaggia in giacca e cravatta. Come per dire che le istituzioni restavano alte e semmai era la gente che doveva elevarsi.
Codice rovesciato nella seconda Repubblica fino a ieri. Sono stati i leader politici ad abbassarsi verso la gente, a mostrarsi nazional-popolari: nudi al Papeete, oppure neo-influencer che mangiano la Nutella e fanno continue battute, inflazione di post su Facebook e tweet compulsivi, dove vita pubblica e privata, marketing perenne si fondono e confondono.
In quanto alle mode poi? I berlusconiani, tutti azienda e ben disinfettati, dai capelli alla barba sempre fatta. Le berlusconiane? Simbolo del botulino a 360 gradi, sembrano uscite dallo stesso chirurgo estetico. Le piddine? Un mix costoso tra radical chic, new age e centri sociali. Le grilline? Nella fase “no-tutto”, barricadere e gruppettare, poi gradualmente tutte eleganti e imborghesite.
Il primo a rompere la tradizione formale del parlamento, è stato il leghista Francesco Speroni: al posto della cravatta d’ordinanza, mise quella texana, tipo laccio, facendo indignare l’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro.
Dopo di che è stato un peggiorare continuo nel segno della normalizzazione e dell’adeguamento ai gusti moderni, esterni alle istituzioni.
Deputati, deputate, senatori e senatrici che indossano scarpe da ginnastica e non solo non portano la cravatta, ma spesso fanno fatica pure con la giacca.
A questo punto gli usceri ben pagati, sembrano più eleganti dei parlamentari.
La vicenda del “look partitico” è ripartita quando giorni fa il deputato di Fdi Salvatore Caiata ha presentato un ordine del giorno sul dress code alla Camera. I meloniani hanno chiesto di obbligare deputati e senatori a indossare giacca e cravatta proibendo appunto l’uso delle scarpe da ginnastica. Puntata che si è conclusa, dopo alterchi vari, con l’approvazione di un ordine più moderato: senza obblighi precisi. La patata bollente è passata all’Ufficio di presidenza che dovrà stabilire i dettami dell’abbigliamento. Una bella gatta da pelare.
Giovanni della Casa, inventore del Galateo, si starà rivoltando nella tomba.


