Dopo il tormentone sul caro ombrelloni e quello sui traghetti non poteva non tornare il grande classico dell’estate, ovvero l’aumento ingiustificato del prezzo dei carburanti proprio ad agosto, il mese in cui andando in vacanza gli italiani utilizzano di più la macchina.
Sui social si affollano le immagini di cartelloni dei prezzi sempre più esosi, con l’ormai leggendaria pompa di benzina sulla Milano-Varese dove si chiedono 2,7 euro per un litro di benzina. Se lo scorso anno ce la si poteva prendere con la guerra in Ucraina e il problema di approvvigionamento di petrolio, ormai ampiamente risolto, oggi è davvero difficile dare una spiegazione diversa dalla pura e semplice speculazione.
La risposta del governo
Immediata la protesta delle associazioni dei consumatori, che si sono appellate al governo. Il quale però ha dato una risposta che peggio non si poteva. Il ministro del Made in Italy Adolfo Urso ha parlato di “situazione perfettamente sotto controllo”, aggiungendo che il prezzo industriale al netto delle accise “è inferiore rispetto ad altri Stati comunitari, tra cui Francia, Spagna e Germania”. Che è un po’ come dire a un lavoratore dipendente di essere felice perché il suo stipendio lordo è quasi il doppio di quello che gli entra in tasca dopo aver pagato le tasse.
Ma perché l’esecutivo non vuole dare una mano ai nostri portafogli? Quando era all’opposizione la Meloni diceva che “Gli aumenti previsti vanno bloccati e le accise esistenti vanno progressivamente abolite”, mentre fino al settembre scorso Salvini parlava almeno di abbassarle.
Scrivi accise ma leggi tasse
Ma cosa sono esattamente le accise? Sono tasse appunto, che incidono per oltre metà sul prezzo pagato alla pompa. In altre parole, se non ci fossero la benzina costerebbe circa un euro al litro. Nel corso dei decenni decine di governi hanno “appesantito” il prezzo del carburante per aggiungere questa o quella tassa. Le si usano soprattutto per finanziare velocemente costi imprevisti, magari per rimediare ai danni causati da un terremoto o altri disastri ambientali. Solo che, una volta passata l’emergenza, la tassa non viene tolta e va a finanziare qualche altra spesa.
I governi di ogni colore amano usarla perché garantisce un gettito sicuro e costante, essendo dipendente dal consumo di un bene al quale spesso non possiamo rinunciare, soprattutto in un Paese come il nostro dove i mezzi pubblici sono quasi inesistenti.
Al prezzo raggiunto poi va aggiunta l’Iva, che viene calcolata sul prezzo industriale del carburante più le accise, diventando in pratica una “tassa sulle tasse”. Negli anni la situazione è ulteriormente peggiorata, anche perché secondo gli ambientalisti disincentivano all’uso dell’automobile e quindi neanche a sinistra si è mai cercato seriamente di mettere un freno a questo malcostume.
Cosa c’è dietro?
Ma perché un governo che si dice così attento a rimettere i soldi nelle tasche degli italiani su questo tema non sembra volersi muovere? Il fatto è che le entrate garantite dal consumo dei carburanti sono fondamentali per le casse dello Stato, soprattutto in un periodo come questo. In una sola settimana lo Stato ha incassato oltre 2 miliardi di euro, cifre alle quali è difficile rinunciare in vista di una legge di Bilancio che parte già in rosso e che dovrà fare i conti con una recessione quasi certa nel 2024. Quindi arrendiamoci, come al solito si faranno un po’ di chiacchiere ma l’unica diminuzione dei prezzi arriverà quando saremo tornati dalle ferie e avremo messi di nuovo l’auto in garage.



