Sinodo dei vescovi, la posta in gioco e i rischi per la Chiesa

martedì, 19 Settembre 2023
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E’ iniziato il conto alla rovescia in previsione dell’inizio del sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica previsto per il 4 ottobre.

Un sinodo dedicato alla sinodalità, ovvero a come rendere più aperta, accogliente e soprattutto collegiale la Chiesa nel futuro.
Il Sinodo è stato preceduto da un’ampia fase consultiva iniziata oltre un anno fa nelle singole diocesi dove sono stati raccolti gli umori, le aspettative, le richieste, i desideri e i suggerimenti dei fedeli con l’obiettivo di favorire un processo di partecipazione dal basso in grado di far comprendere alla Chiesa come rispondere nel modo migliore e più efficace alle sfide della contemporaneità.

In una sola parola come la Chiesa può e deve rinnovarsi. E come era prevedibile, e in un certo senso inevitabile, ecco che sono riemersi i temi cosiddetti sensibili che da sempre rappresentano il divario fra le correnti che convivono in seno alla Chiesa già all’indomani del Concilio Vaticano II: quella che incarna la cosiddetta ermeneutica della continuità, ovvero l’idea di un rinnovamento compatibile e coerente con la tradizione, e quella che invece si richiama alla discontinuità, ovvero alla rottura della tradizione per essere sempre più vicina alle istanze della società, attraverso nuovi linguaggi, nuove forme espressive, ma anche riforme radicali in grado di proiettare la Chiesa nel mondo per essere, questa la convinzione dei settori più progressisti del mondo cattolico, ascoltata, compresa e soprattutto accolta.

Ed ecco che il dibattito sulla sinodalità, ovvero come camminare insieme di fronte alle grandi sfide della fede, ha finito con il diventare il terreno di scontro fra conservatori e progressisti, sulle tematiche che da anni dividono i fautori di una Chiesa tradizionale e quelli di una Chiesa più moderna; abolizione del celibato sacerdotale, ordinazione diaconale delle donne, apertura alle coppie gay con una specifica pastorale che consenta il riconoscimento dell’unione sacramentale fra persone dello stesso sesso, nuovi linguaggi in ordine alle questioni etiche. Temi che rischiano seriamente di cambiare il volto della Chiesa.

Riforme che sono caldeggiate soprattutto dal clero tedesco e dai paesi di tradizione protestante, dove è più forte il confronto con il luteranesimo e con le altre fedi cristiane ormai da anni aperte su determinate tematiche e dove i cattolici sono in sofferenza. Ma modernizzare il catechismo, cambiare le norme che da secoli caratterizzano l’organizzazione della Chiesa cattolica, rinunciare all’universalità del papa in favore della collegialità e dell’autonomia delle conferenze episcopali sulle questioni di fede, può essere la soluzione giusta? O si rischia di luteranizzare la Chiesa?

Il fronte conservatore è da mesi sul piede di guerra, anche con accenti molto duri nei confronti di papa Francesco, accusato addirittura di favorire il proliferare di “eresie” quali sono ritenute quelle portate avanti dai vescovi tedeschi in merito proprio al clero sposato e alle donne prete, oltre che all’unione fra persone dello stesso sesso. Ma al di là delle singole questioni, a preoccupare i tradizionalisti è soprattutto il principio della sinodalità che di fatto cambierebbe il paradigma che per secoli ha guidato la Chiesa.

Preoccupa insomma l’idea di una Chiesa “democratica ” e “plurale” soggetta alle decisioni “dal basso”, con il vertice, cioè il papa, chiamato a seguire le decisioni della maggioranza. Non sarebbe più il pastore a guidare il gregge, ma le pecore a decidere dove il pastore deve guidarle, in quale direzione. Può la Chiesa essere democratica? Può la fede essere oggetto di consultazioni? Gesù non decideva dopo aver consultato gli apostoli, non chiedeva il loro consenso fanno notare in molti.

I conservatori temono soprattutto che gli errori conciliari, combattuti da Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e che sono stati il frutto di una distorta interpretazione del Concilio Vaticano II, possano avere il sopravvento e spazzare via le verità di fede. Si teme insomma che anche la Chiesa diventi ostaggio del pensiero unico al solo scopo di essere applaudita del mondo e tornare ad essere attrattiva in una società sempre più lontana dai valori cristiani.

Insomma, se negli anni scorsi si dibatteva prettamente su singole questioni, la comunione ai divorziati risposati, il riconoscimento delle coppie di fatto, i riti amazzonici e quanto altro, stavolta in gioco ci sarebbe proprio la natura stessa della Chiesa, la sua organizzazione interna, il ruolo del papa, la sua infallibilità, la sua autorità universale.

Va detto che negli ultimi mesi papa Francesco ha preso alcune decisioni che sembrerebbero rivolte a favorire i progressisti, fino al punto di rivoluzionare le funzioni proprie della Congregazione per la Dottrina della Fede, affidandola ad un vescovo di tendenze riformiste come l’argentino Victor Manuel Fernandez, prossimo a ricevere la porpora cardinalizia, al quale il pontefice ha assegnato il compito, con tanto di lettera di incarico, di modificare l’atteggiamento tradizionalmente severo, intransigente e repressivo dell’ex Sant’Uffizio nei confronti delle posizioni “non ortodosse”. Un segnale che i conservatori hanno letto come ostile nei loro confronti.

Da evidenziare poi come queste accelerazioni stiano avvenendo soprattutto dopo la morte di Benedetto XVI che in questi anni ha comunque continuato a rappresentare un argine al proliferare delle dottrine moderniste con la sua presenza all’interno del Vaticano; figura con cui Bergoglio, volente o nolente, era costretto a confrontarsi. Ma oggi Ratzinger non c’è più e quello che in qualche modo continuava ad essere il collante del fronte conservatore è venuto meno.

I conservatori sono in qualche modo più deboli e vulnerabili senza Benedetto XVI, non hanno più la bussola, avendo perso di fatto la guida dell’ultimo padre conciliare esponente della lettura tradizionalista e cattolica del Concilio Vaticano II. Un sinodo insomma che sembra configurarsi a tutti gli effetti come una sorta di resa dei conti fra Wojtyla- Ratzinger da una parte e i loro nemici storici dall’altro, ovvero gli eredi di Hans Kung e prima ancora di Rahner. Molto dipenderà da Bergoglio, che a questo punto dovrà decidere da che parte stare. Ma se il buongiorno si vede dal mattino…….

 

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