I lavoratori italiani percepiscono stipendi inferiori alla media europea, quasi al livello della Spagna che ormai ci tallona. Guadagniamo infatti 3700 euro l’anno in meno rispetto al complesso dei cittadini della Ue. Ancora più impietoso il confronto con la Germania, dove si portano a casa 15mila euro l’anno in più.
E la differenza continua ad aumentare, perché la forte inflazione degli ultimi due anni si è accompagnata nel nostro Paese ad aumenti di stipendio minimi, tanto che dal 2022 i salari reali sono scesi del 7% rispetto al periodo pre-pandemia (i dati sono quelli certificatissimi dell’Ocse), mentre in molti paesi europei i sindacati hanno ottenuto adeguamenti che hanno quasi azzerato l’effetto dell’aumento del costo della vita.
Una perdita che non verrà recuperata nei prossimi anni, perché i calcoli parlano di crescite dei salari nell’ordine del 3,5% nei prossimi due anni a fronte di un’inflazione che si attesterà intorno al 3%, mangiandosi quasi del tutto i nuovi aumenti.
L’Ocse rincara la dose calcolando l’andamento degli stipendi in Europa negli ultimi vent’anni: in Italia sono cresciuti in media dello 0,5%, contro un +20% in Germania e +23% in Francia. Nel 2000 gli stipendi italiani e francesi erano praticamente identici, mentre adesso i transalpini portano a casa circa 10mila euro l’anno in più.
La situazione è diventata ancora più di attualità dopo la decisione del governo di affossare il disegno di legge dell’opposizione sul salario minimo, a lungo avversato anche dei sindacati e ora sorprendentemente diventato un cavallo di battaglia della Cgil di Landini. Va riconosciuto che la misura è presente in quasi tutti gli stati dell’Unione; oltre all’Italia a non avere un salario minimo sono solo Austria, Danimarca Finlandia e Svezia, tutti paesi dove le condizioni dei lavoratori sono molto buone e oggettivamente non si sente un particolare bisogno di uno strumento del genere.
Un’altra preoccupante eccezione italiana è la distribuzione degli stipendi più alti. Il nostro è l’unico paese dove i lavoratori nella fascia d’età 30-49 anni (il periodo della vita in cui usualmente di dà il meglio sul posto di lavoro) guadagnano meno della media totale; vale a dire che nel nostro Paese si guadagna decentemente (magari abbastanza per decidere di avere figli) solo dai cinquant’anni di età in su.
Una ricetta per far ripartire i salari non è facile da trovare, perché le cause di questo ristagno sono molte. Il primo problema è ovviamente la bassissima crescita dell’economia italiana negli ultimi vent’anni, collegata anche alla bassa produttività e alla scarsa o nulla intraprendenza della maggior parte delle aziende italiane agli investimenti in nuove tecnologie.
Problemi decennali, legati in buona parte a libere scelte degli imprenditori e quindi difficilmente risolvibili dal solo governo, che di sicuro dovrà però affrontarli con rappresentanti di aziende e sindacati, possibilmente tenendo lo sguardo un po’ più lontano dei prossimi due o tre anni. Forse non ce lo chiede l’Europa, ma di sicuro lo chiedono gli italiani.



