Da quando riforme, politica, partiti, idee alte e convenienze basse si sovrappongono, il caos da noi regna sovrano. E soprattutto, non si arriva a nulla.
Non è possibile che la governabilità, la stabilità, i vari maggioritari, vengano proposti unicamente quando chi li sponsorizza è al governo (per legittimare e confermare sé stesso), e la democrazia compiuta, le garanzie democratiche e il proporzionale, vengano sbandierati ripetutamente da chi è all’opposizione e teme il consolidarsi di eventuali, possibili “regimi” ostili.
E come se non bastasse, i veti non entrano mai nel merito dei contenuti, limitandosi sempre a impedire soltanto l’affermazione della parte avversa.
Quindi, si tratta di un mero gioco strategico che porta alla paralisi totale dei provvedimenti, delle ricette o alla parodia della Repubblica, ostaggio di interessi, personalismi e tatticismi esasperati.
Poi, se a tutto ciò aggiungiamo la conflittualità fisiologica delle coalizioni, le partite intestine mirate a cannibalizzare, vampirizzare, non combattere “il nemico”, ma il proprio alleato, chi è più vicino, il socio in affari, il dato è tratto.
Tale premessa serve, infatti, a decifrare pure l’ultima questione relativa al duello interno tra Fdi e Lega. Codice comportamentale che potrebbe comodamente essere applicato al versante opposto ossia, il famoso ormai tragicomico “campo largo”, “campo larghissimo”, “campo stretto”, “campo coeso” (definizione coniata dalla Meloni in risposta al centro-sinistra), “campo santo”, dopo l’Abruzzo.
Argomenti sul tavolo, l’annoso tema del terzo mandato e più nuovo, il ballottaggio nei Comuni.
Anche qui, due argomenti che si prestano a letture incrociate.
Salvini – è storia acclarata – spinge sul terzo mandato per confermare i suoi governatori nordisti, zoccolo duro del Carroccio. E, dati gli ultimi numeri del partito, potrebbero essere la sua salvezza elettorale. Con un “ma” grande come una casa. Visto il declino del suo “sovranismo nazionale”, nel quadro di un ritorno obbligato al “sovranismo padano”, voluto proprio da loro (Zaia, Fedriga, Fontana, al punto che ormai contestano apertamente il segretario), il rischio è che invece, la presunta salvezza possa diventare un cappio al collo. Tradotto, Salvini in bilico, a rischio estromissione, se non recupera qualche punto percentuale almeno alle europee. Tentativo che sta attuando con le varie strategie massimaliste internazionali che conosciamo, pensando di intercettare il dissenso da destra alla Meloni (Vannacci docet).
Ed ecco che il terzo mandato ha acquistato per il Capitano un significato particolare: non quello di “difendere” Zaia, quanto piuttosto di ingessarlo, congelarlo in Veneto, per ovvie ragioni di concorrenza apicale.
Mentre, specularmente Fi e Fdi in crescita o in buona salute, vogliono puntellare il secondo mandato perché sono certi di un riposizionamento dei rapporti di forza interni a vantaggio loro, rispetto alle precedenti ripartizioni, dove la Lega aveva primeggiato.
Alla bagarre destra si è aggiunto pure un ulteriore pallino leghista (attraverso un emendamento al Decreto-Elezioni): l’abolizione del ballottaggio per quanto attiene alla scelta dei sindaci nei Comuni al di sopra dei 15mila abitanti, qualora un candidato raggiunga il 40% dei voti. Una vecchia ipotesi caldeggiata dal ministro Calderoli.
E’ un fatto statistico che il centro-destra di solito fa il pieno dei consensi al primo turno e spesso perde nei ballottaggi, perché ancora funziona da noi la “sindrome-francese”, l’archetipo della scelta “contro” e non “per”. Scelta molto ideologica che si veste di tanti ricorrenti spettri; della serie, “arco costituzionale, democratico, antifascista, antipopulista, anti-destre” etc.
Al momento la partita è fluida con ricadute fluide: mercoledì l’Aula ha bocciato per l’ennesima volta il terzo mandato: 112 voti contrari al Senato e 26 favorevoli (Lega e Italia viva); e ha trasformato l’emendamento leghista sul ballottaggio in ordine del giorno approvato dall’Aula, senza il voto delle opposizioni che hanno gridato allo scandalo costituzionale, al golpe, costringendo poi, i suoi proponenti a ritirarlo (non senza polemiche. Il capogruppo leghista Romeo ha avvertito: “La prossima volta l’emendamento lo terremo fino alla fine”).
Morale, nella serata del medesimo giorno Palazzo Madama ha dato il primo sì al Decreto Elezioni che istituisce l’election day (8-9 giugno).
Per quanto riguarda le ripercussioni “destre”, gli alleati per ora minimizzano. Con una certezza: dopo il verdetto delle urne ci saranno tante vendette. Incrociate.



