Suicidi in carcere: il dramma sociale e le risposte delle istituzioni. Intanto gli ultimi dati. Dopo il 2022, l’anno da record con 85 suicidi accertati, il 2023 e il 2024 continuano a registrare numeri impressionanti. Nel 2023 sono state 70 le persone che si sono tolte la vita all’interno di un istituto di pena. Nei primi mesi del 2024, almeno 30 perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare, tra i quali potrebbero quindi celarsi altri casi di suicido. Seppur in calo rispetto all’anno precedente, i 70 suicidi del 2023 rappresentano un numero elevato rispetto al passato. Ancora più allarmante è il dato del 2024. Tra inizio gennaio e metà aprile sono stati 30 i suicidi accertati. Uno ogni tre giorni e mezzo. Se il ritmo dovesse continuare in questo modo – evidenzia l’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone intitolato “Nodo alla gola” – a fine anno si rischierebbe di arrivare a livelli ancor più drammatici rispetto a quelli dell’ultimo biennio. Un bilancio pubblicato, tra l’altro, proprio in concomitanza con le sconvolgenti vicende del carcere minorile “Beccaria” di Milano.
Le persone. Dalle biografie di queste persone emergono in molti casi situazioni di grande marginalità. Molti i giovani e i giovanissimi, molte le persone di origine straniera. Molte anche le situazioni di presunte o accertate patologie psichiatriche. Alcune provenivano da passati di tossicodipendenza, altre erano persone senza fissa dimora. Delle cento persone che si sono tolte la vita in carcere, cinque erano donne. Un numero particolarmente alto se consideriamo che la percentuale della popolazione detenuta femminile rappresenta solo il 4,3% del totale. Nell’estate del 2023 tre donne si sono tolte la vita all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale di Torino. A dicembre la quarta donna nella Casa Circondariale di Trento. A marzo 2024 la quinta donna, la prima dell’anno, all’interno della Casa Circondariale di Bologna. L’età media delle persone che si sono tolte la vita è di 40 anni. Il più giovane in assoluto era un ragazzo detenuto nella Casa Circondariale di Teramo solo da pochi giorni. Si è tolto la vita il 13 marzo 2024, nel giorno del suo ventunesimo compleanno. Il più anziano era un uomo di 66 anni detenuto, da meno di un mese, nella Casa Circondariale di Imperia. Dai dati a disposizione, sembrerebbe che almeno 22 delle 100 persone decedute soffrissero di patologie psichiatriche. Almeno 12 pare avessero già provato a togliersi la vita in altre occasioni. Emergono almeno sette persone con un passato di tossicodipendenza. Erano invece almeno sei le persone senza fissa dimora.
Gli istituti dove sono avvenuti il maggior numero di suicidi tra il 2023 e il 2024 sono le Case Circondariali di Roma Regina Coeli, di Terni, di Torino e di Verona. In ognuno dei quattro istituti si sono verificati cinque casi di suicidio. Sia a Terni che a Torino i casi sono stati quattro nel 2023 e uno nel 2024, mentre a Verona sono stati tre nel 2023 e due nel 2024. A Regina Coeli sono avvenuti tutti nel 2023, rappresentando così l’istituto con il maggior numero di suicidi nel corso dell’anno passato.
Una possibile risposta. Un ponte tra carcere e imprese per risolvere o almeno attenuare le criticità del carcere e scongiurare il rischio di recidiva. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro decide di supportare il ministero della Giustizia, alle prese con il sovraffollamento degli istituti e il fenomeno dilagante dei suicidi in cella. Il governo è al lavoro su nuove strade che diano supporto sostegno alla formazione professionale dei detenuti per aprire le porte al lavoro oltre le celle. Ad annunciare la possibilità di un pacchetto normativo e regolamentare, di cui c’è già un testo implementabile, è il presidente del Cnel, Renato Brunetta, nel corso del convegno “Recidiva zero. Studio, formazione e lavoro in carcere”, organizzato a Roma: «Istituiremo un segretariato permanente, per gestire e accompagnare la complessità dei tanti attori coinvolti, facilitando l’interconnessione tra reti istituzionali, parti sociali e terzo settore – spiega Brunetta – un’attività da realizzarsi in stretto raccordo con l’amministrazione penitenziaria, la Cassa delle ammende e le cabine di regia territoriali». Il Guardasigilli Carlo Nordio parla di «un momento epocale perché con l’intervento del Cnel stiamo cambiando la concezione “carcero-centrica” dell’espiazione della pena. È la prima volta che cerchiamo di realizzare una sinergia omogenea e programmata e non lasciata solo al volontariato per avere, in ciascun carcere o luogo di detenzione alternativa, la possibilità di far apprendere un lavoro alle persone detenute affinché possano trovarlo una volta liberate».
Secondo Brunetta sul territorio abbiamo una straordinaria gamma di iniziative di formazione e lavoro per il reinserimento dei detenuti. Ma nel complesso – aggiunge – questa ricchezza civile non ha prodotto risultati adeguati allo sforzo profuso. Sono progetti che hanno il carattere dell’esemplarità, certamente positiva ma che non riesce a tradursi in un approccio unitario, rivolto alla totalità degli istituti penitenziari. Ma sono sicuro che si possa azzerare la recidiva con il lavoro dentro e fuori il carcere, con la sua giusta remunerazione, con l’istruzione e la formazione».
Tra i circa 61mila detenuti negli istituti penitenziari (cifra pressoché stabile dal 2008) il 31% è di cittadinanza straniera mentre il tasso di affollamento reale, che indica la percentuale di persone detenute in più rispetto ai posti effettivamente disponibili è del 119%, dunque il doppio rispetto alle possibilità effettive delle strutture. Il 35% dei detenuti ha un fine pena al massimo di quattro anni. Attualmente risulta ancora difficile prevenire la recidiva favorendo il reinserimento dei detenuti nella società, considerando che sei condannati su dieci sono già stati in carcere almeno una volta.
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