Perché fanno flop Renzi e Calenda che aprono al campo largo

venerdì, 20 Settembre 2024
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Matteo Renzi e Carlo Calenda, ovvero le disavventure del centro che prova ad aprire a sinistra. Se l’uno, a parte l’attenzione di Elly Schlein e di qualche notabile Pd, rimedia solo torte in faccia, l’altro provoca la rivolta di una parte dei suoi parlamentari che sbattono la porta e gli dicono addio. È la riprova che il campo largo non è molto adatto agli spiriti moderati.

Ma vediamo, in particolare, che cosa sta accadendo. Cominciamo da Renzi. Il leader di Iv prova a “corteggiare” (si fa per dire) Elly Schlein da questa estate, da quando, cioè, le fece un assist vincente durante la partita del cuore, presagio di chissà quanti gol in campo politico. La leader del Pd pare accettare le “avances” (si fa sempre per dire) dell’aspirante alleato. Se una parte della nomenklatura piddina rimane in imbarazzato silenzio, un’altra, quella diciamo più “riformista”, sembra interessata ad aprire un dialogo. Per Schlein e i suoi, un’alleanza con Iv servirebbe se non altro a togliersi quella patina da sinistra radicale che il Pd si porta appresso dal tempo dell’affermazione dell’attuale leadership, al netto naturalmente del successo del partito nelle recenti elezioni regionali.

Ma Elly non ha fatto i conti con gli altri partner: né Giuseppe Conte né Nicola Fratoianni né Angelo Bonelli vogliono saperne alcunché di Matteo e della sua compagnia. Il più brutale è il leader M5S: «Sa solo demolire», sibila quest’estate all’indirizzo di Renzi. Brucia ancora, a Giuseppe, il modo in cui Matteo lo ha disarcionato nel 2021 per fare posto a Mario Draghi. Ed Elly non ha fatto i conti nemmeno con il suo elettorato: tutti i sondaggi rilevano che una cospicua maggioranza di elettori dem non gradisce affatto un eventuale accordo con Iv.

Al dunque, al “patto della birra” che rinsalda il campo largo, compaiono tutti meno che Renzi. Non è detto che alla fine Iv non riesca ad accordarsi con la sinistra. Ma certo la strada per arrivarci è quantomai in salita.

E veniamo a Calenda. Anche il leader di Azione ha capito che lo spazio per un terzo polo in Italia non c’è (soprattutto dopo la batosta rimediata alle Europee) e prova a fare politica guardando a sinistra. Così Calenda ha deciso di sostenere la candidatura di Andrea Orlando in Liguria.

Il suo problema però, oltre al caratteraccio (non molto adatto al dialogo), è la sua gente, costituita in parte da centristi tout court, che vogliono tenersi distinti e distanti sia da Elly Schlein sia dall’accoppiata Fratoianni/Bonelli. Diciamo anche che la torsione sempre più moderata di Forza Italia sta ultimamente spingendo una parte dei dirigenti di Azione a guardare a destra invece che a sinistra.

Il putiferio è scoppiato l’altro giorno, quando Mara Carfagna, Mariastella Gelmini e Giusy Versace hanno annunciato il loro addio ad Azione per andare da Noi Moderati di Maurizio Lupi. Queste tre defezioni si aggiungono a quella precedente di Enrico Costa. Le ragioni dello strappo sono chiaramente spiegate dalla Gelmini in una intervista uscita ieri sul “Corriere della Sera”: «Non sono di sinistra, non ho alcuna intenzione di diventarlo ora e la decisione di sostenere Orlando in Liguria è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso».

A questo punto è lecito chiedersi quali motivi possano essere alla base delle grandi difficoltà incontrate sia da Renzi sia da Calenda nella loro marcia di avvicinamento alla sinistra. Al netto dei problemi contingenti dovuti perlopiù al carattere dei vari protagonisti, il grande ostacolo, oggi, di un centro che guardi a sinistra è dovuto alla postura ancora fortemente ideologica delle forze che compongono il campo largo. Ideologismo puro è quello di Fratoianni/Bonellii. Non meno ideologico è il giacobinismo dei pentastellati. E riflessi pavloviani da vecchia sinistra percorrono anche il Pd, tant’è che il partito della Schlein è spaccato sull’ipotesi di votare per Raffaele Fitto (che, prima di rappresentare il centrodestra, rappresenta gli interessi dell’Italia) nella ratifica dell’europarlamento alla nuova Commissione della von der Leyen.

Il centrosinistra, campo largo, o come lo vogliamo chiamare, avrebbe bisogno di un progetto politico comune all’insegna di un sano pragmatismo, una piattaforma programmatica che sia garantita da un federatore, come a suo tempo fu Romano Prodi per il vecchio Ulivo (che comunque non durò a lungo). Ma è difficile trovare federatore e programma in un campo politico dominato da personalismi inguaribili nonché privo di una omogeneità culturale di fondo.

In un simile contesto, Calenda e Renzi non farebbero che aggiungere altri personalismi, senza riuscire a costruire una cultura politica condivisa. Per come sta messa, la sinistra non è in grado di vincere elezioni politiche di sorta. È solo la destra che può perderle…

 

 

 

 

 

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