Dentice, Cesi: «Missioni di pace da ripensare, ma le guerre sono cambiate»

giovedì, 17 Ottobre 2024
2 minuti di lettura
Libano

È una delle missioni di pace più longeve delle Nazioni Unite. Creata nel marzo 1978 per stabilizzare il Sud del Libano, assistere il governo e creare condizioni di sviluppo, l’Unifil (United nations interim force in Lebanon) oggi si trova nel bel mezzo tra il fuoco israeliano e le operazioni di rappresaglia di Hezbollah. Lospecialegiornale ha chiesto a Giuseppe Dentice, responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Centro Studi Internazionali e dottore di ricerca in Istituzioni e Politiche nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, se alla luce dell’ennesimo scenario di guerra in Medioriente, peraltro particolarmente complesso, ha ancora senso una missione di pace come l’Unifil, nella quale ricordiamolo, l’Italia ricopre una posizione di assoluto rilievo.

«Se consideriamo l’attuale situazione sul campo nella quale l’Unifil è compressa tra le azioni di Hezbollah e la risposta di Israele, che ha più volte violato la risoluzione dell’Onu 1701, la risposta è no. Se vogliamo ragionare sui risultati ottenuti nella sua funzione storica di interposizione tra le parti in conflitto a partire dal 2006 fino a poche settimane fa, la risposta non può che essere positiva. Nel frattempo, è tutto un susseguirsi di dichiarazioni retoriche e di propaganda per delegittimare l’Onu. È a tutti chiaro che l’organizzazione abbia bisogno di una profonda riforma, ma affrontare tematiche così impegnative senza costrutto non ha senso».

Roma ha giocato un ruolo chiave nel promuovere la cellula di direzione strategica della missione che assicura decine di pattugliamenti quotidiani, a partire da una quarantina di basi. Tuttavia, nuove sollecitazioni chiamano nuove risposte, crede che le “peacekeeping” debbano acquisire nuove funzioni operative?

«La valutazione va inquadrata nella perdita del potere di deterrenza, per così dire, della missione: è accaduto in Libia e nello stesso Afghanistan. Il contesto è cambiato perché sono cambiate le regole d’ingaggio e il quadro geopolitico si è evoluto in qualcosa di nuovo anche a causa delle differenti tipologie dei conflitti. Non è facile rispendere alle minacce portate dalle guerre ibride, per esempio».

È evidente che Hezbollah stia utilizzando le missioni di pace come schermo per difendersi dagli attacchi israeliani, ma di fronte a ulteriori episodi di intolleranza da parte di Israele, Unifil deve rispondere col fuoco?

«L’Unifil ha sempre diritto di rispondere per legittima difesa nell’intento di garantire l’incolumità di tutti i suoi uomini. Il problema, come dicevo, sono le regole d’ingaggio che non si rispondono più alle ragioni per le quali sia stata attivata la missione di pace. Hezbollah ha destabilizzato il Sud del Libano, mentre Israele sta violando ripetutamente il diritto internazionale con attacchi politici più meno palesi al ruolo delle Nazioni Unite, le quali tutto sommato hanno retto dal 1945 il nuovo ordine mondiale sortito dopo la fine della Seconda guerra mondiale».

Tutto l’ammirevole impegno della missione di pace in Libano sembra che non abbia portato evidenti miglioramenti alle condizioni del Paese. La regista Miriam El Hajj, autrice di un film-denuncia sulla corruzione del governo e dei politici locali non crede che Israele voglia aiutare il Libano, ma solo eliminare gli sciiti, mentre la presenza di Hezbollah, che molti vorrebbero cacciare, resta comunque un tabù. In definitiva, vede molta rabbia nel cuore della gente per la perdita del loro Paese e nessuna prospettiva di pacificazione. Qual è la sua valutazione da osservatore esperto?  

«La cineasta ha ragione ed è comprensibile il suo stato d’animo perché la sovranità del Libano, con un governo regolarmente in carica, è grave. Ma d’altronde l’idea, manifesta, di Israele è di eliminare Hezbollah, ricalcando il “modello” Gaza, sullo sfondo di una guerra dichiarata all’Iran, lo storico nemico esistenziale dello Stato ebraico. Sarà difficile nel medio termine uscire da questo drammatico impasse».

Riusciranno finalmente i “nostri eroi” a riformare l’Onu con l’annesso Consiglio di sicurezza?

«Si parla da trent’anni di riformare l’Onu, ma ogni ipotesi è sistematicamente bloccata da veti e ostruzionismi, soprattutto da parte dei cinque membri permanenti, che hanno cannibalizzato qualunque progetto di riforme e il possibile allargamento del Consiglio di sicurezza. D’altronde bisogna anche considerare che di fronte alla posizione ancora dominante, ma declinante, dell’Occidente a partire dalla stessa Unione europea, emergono i protagonismi dei nuovi attori come il Brics, il Paesi del Golfo, quelli africani. Si prefigura un nuovo ordine globale multilaterale, ma purtroppo confuso».

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.