Albania, Giorgia Meloni non si ferma e avvia un nuovo braccio di ferro con i giudici. Il governo sta preparando un secondo trasferimento di migranti nei centri di accoglienza predisposti al di là dell’Adriatico. Da lunedì la nave Libra tornerà a largo di Lampedusa per accogliere i profughi soccorsi nel Mediterraneo e procedere allo screening per scegliere i profughi idonei a essere inviati in terra albanese.
Che farà ora la sezione immigrati del Tribunale di Roma? Non può bloccare l’iniziativa del governo come nelle settimane scorse perché l’esecutivo è intervenuto il 23 ottobre con un decreto legge che ha trasformato in norma primaria (prima era solo in un atto amministrativo) l’elenco dei Paesi sicuri per il rimpatrio dei migranti cui dovesse essere negato il diritto d’asilo. È il caso di ricordare che la “sicurezza” del luogo di provenienza (ciò l’assenza di una legislazione discriminatoria verso alcuna categoria di cittadini) è il requisito indispensabile per la “procedura accelerata di frontiera” che si deve applicare al caso albanese. In pratica è tecnicamente possibile tenere (per tre settimane al massimo) i migranti nei centri albanesi solo disapplicando la più lunga procedura ordinaria di esame delle domande di asilo. Senza procedimento abbreviato, l’intero “progetto Albania” diverrebbe impossibile, per la gioia di opposizioni e giudici politicizzati.
Se i giudici di Roma disapplicassero il decreto-legge del governo, aprirebbero un devastante conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Nel fatti, possono solo rivolgersi alla Corte costituzionale. A “soccorrerli” è però intervenuto il Tribunale di Bologna, che ha chiesto alla Corte di giustizia Ue se il decreto del governo può essere ignorato o no dalla magistratura italiana, dal momento che i criteri utilizzati dall’esecutivo per definire “sicuro” un Paese contrasterebbero con il diritto europeo. Per la cronaca, ricordiamo che i giudici bolognesi si sono rivolti alla Corte di Strasburgo nell’esame di un ricorso presentato da un trentenne del Bangladesh a cui è stato negato l’asilo. Vale la pena evidenziare che, se si dovesse seguire il canone della Corte di giustizia Ue, sarebbe praticamente impossibile applicare la procedura abbreviata nei respingimenti. I giudici Ue ritengono “insicuri” la maggior parte dei Paesi da cui provengono i migranti. Tra questi figurano peraltro Stati con cui l’Italia intrattiene fitti rapporti economici e commerciali, come ad esempio l’Egitto e la Tunisia.
Che accadrà a questo punto? Il governo ha deciso di tirare dritto nonostante il procedimento pendente a Strasburgo. È lecito prevedere che la nuova missione in Albania non dovrebbe nell’immediato subire arresti. Naturalmente assisteremo a fragorose polemiche da parte delle opposizioni, che già in questi giorni hanno peraltro subito un’altra “controffensiva” del governo perché il ministro Piantedosi ha sbugiardato quelli che avevano parlato di costi esorbitanti della precedente missione: non gli 80.000 euro denunciati dai parlamentari della sinistra, ma non più di 9.000.
Il problema giuridico si riproporrà quando arriverà la decisione dei giudici europei, decisione che, con ogni probabilità, sarà sfavorevole al governo italiano. A quel punto però si porranno complessi problemi di interpretazione perché il decreto del governo italiano ha come riferimento il nuovo “Patto su migrazione e asilo” (fonte primaria di diritto Ue perché approvato dal Parlamento europeo) che entrerà in vigore nel 2026. E si dà il caso che questa direttiva europea vada incontro alle esigenze dei governi europei nel prevedere criteri più flessibili nel definire la “sicurezza” dei Paesi di provenienza.
Insomma, si rischia lo scontro tra poteri dello Stato in Italia (nonché tra l’Italia stessa e la giustizia europea) per l’applicazione rigida di criteri destinati comunque a essere abrogati nel giro di poco più di un anno. Che senso ha? Praticamente nessuno. Ma è inutile farlo notare a Elly Schlein e ai fanatici del formalismo giuridico europeo che appoggiano la sua politica di scontro frontale con il governo.



