Cgia, 120mila imprese a rischio usura: Sud colpito, ma i proventi finiscono al Nord

sabato, 23 Novembre 2024
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Quasi 120mila imprese italiane si trovano a rischio usura. Rispetto a un anno fa il numero complessivo di queste attività è cresciuto di oltre 2600 unità. Si tratta prevalentemente di artigiani, esercenti, commercianti o piccoli imprenditori che sono caduti nell’insolvenza e, conseguentemente, sono stati segnalati dagli intermediari finanziari alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia. Di fatto, questo status preclude loro di accedere a un nuovo prestito. A denunciarlo è l’Ufficio studi della Cgia.

Un’impresa a rischio su tre è al Sud. Nell’ultimo anno la situazione è peggiorata a Benevento, Chieti, Savona, Rieti e Lecce. A livello provinciale, il numero più elevato di imprese segnalate come insolventi si concentra nelle grandi aree metropolitane. Al 30 giugno scorso, Roma era al primo posto con 10.827 aziende: subito dopo troviamo Milano con 6.834, Napoli con 6.003, Torino con 4.605 e Firenze con 2.433. Rispetto a 12 mesi prima, in termini percentuali, il peggioramento ha interessato innanzitutto Benevento con il +17,3% di imprese affidate con sofferenze (in valore assoluto +97). Seguono Chieti con il +13,9% (+101), Savona con il +12,4% (+62), Rieti con il +11,8% (+25) e Lecce con il +11,4% (+179). Se analizziamo i dati per ripartizione territoriale, ci accorgiamo che l’area più a rischio è il Sud: qui si contano 39.538 aziende in sofferenza (pari al 33,6% del totale), seguono il Nordovest con 29.471 imprese (25% del totale), il Centro con 29.027 (24,7% del totale) e infine il Nordest con 19.677 (16,7% del totale).

Usura al Sud, investimenti al Nord. Se il Mezzogiorno è l’area geografica d’Italia più a rischio usura, i proventi di queste attività illegali vengono sempre più tendenzialmente reimpiegati al Nord. Negli ultimi tempi, infatti, le indagini effettuate dalla Direzione investigativa antimafia dimostrano come il denaro contante proveniente dalle attività criminali primarie, come l’usura, venga reimpiegato con sempre maggiore frequenza in determinate aree dell’Italia settentrionale come Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana.

Molti imprenditori insolventi anche perché non incassano. Chi finisce nella lista nera della Centrale dei rischi difficilmente può beneficiare di aiuti economici dal sistema bancario, rischiando, molto più degli altri, di chiudere o, peggio ancora, di finire tra le braccia degli usurai. Per evitare che questa criticità si diffonda, la Cgia continua a chiedere con forza il potenziamento delle risorse del Fondo di prevenzione dell’usura. Strumento, quest’ultimo, in grado di costituire l’unico valido aiuto a chi si trova in questa situazione. È bene ricordare che gli imprenditori che vengono segnalati alla Centrale Rischi della Banca d’Italia non sempre lo devono a una cattiva gestione finanziaria della propria azienda. Nella maggioranza dei casi, infatti, questa situazione si verifica a seguito dell’impossibilità da parte di molti piccoli imprenditori di riscuotere con regolarità i pagamenti dei propri committenti o per essere caduti in un fallimento che ha coinvolto proprio questi ultimi.

Risorse antiusura. Per combattere questa piaga, il legislatore ha previsto due fondi: di prevenzione e di solidarietà Il Fondo di prevenzione dell’usura è stato introdotto con la legge 108 del 1996 e ha cominciato a operare nel 1998 per l’erogazione di contributi a Consorzi o Cooperative di garanzia collettiva fidi oppure a Fondazioni e Associazioni riconosciute per la prevenzione del fenomeno dell’usura. Il Fondo di prevenzione prevede due tipi di contribuzione. La prima è destinata ai Confidi a garanzia dei finanziamenti concessi dalle banche alle attività economiche. La seconda è riconosciuta alle fondazioni o alle associazioni contro l’usura che sono riconosciute dal Mef. Queste associazioni consentono alle persone in grave difficoltà economica (lavoratori dipendenti e pensionati) di accedere al credito in sicurezza. Dal 1998 al 2022, ai Confidi e alle Fondazioni lo Stato ha erogato 711 milioni di euro; tali risorse hanno garantito finanziamenti per un importo complessivo pari a oltre 2 miliardi di euro.

L’esempio virtuoso. «Se sono qui oggi è per testimoniare che il sostegno del Confidi è stato decisivo per evitare il rischio di finire in mano agli usurai. Il Confidi è intervenuto al momento giusto: senza il suo aiuto ora non sarei qui a raccontare la mia storia». Così Giovanni De Vivo, 33 anni, imprenditore napoletano del settore ristorazione, spiega la sua vicenda professionale e umana in occasione dell’incontro sulla necessità di utilizzare i fondi antiusura della legge 108/96 voluto da Confidi Pmi Campania e svoltosi a Napoli nei giorni scorsi nella Sala Grande delle Gallerie d’Italia con la partecipazione di esperti e di rappresentanti del sistema bancario e imprenditoriale oltre che del Mef. «Avevo un locale, non un semplice bar, qualcosa di più con i nostri dolci e laboratori in Piazza Municipio che offriva lavoro e fatturato – spiega De Vivo – poi, una sera, un incendio danneggiò l’attività. Ricominciai daccapo e tutto sembrava filare liscio, ma arrivò una seconda mannaia: la chiusura della piazza per i lavori nella zona. Fu il colpo definitivo. Perdemmo clientela e l’attività si ridusse al lumicino. Fui costretto a licenziare 25 persone. Per superare il momento di difficoltà mi rivolsi alle banche per ottenere credito ma questo mi fu negato. Fu allora che per caso venni a sapere delle attività svolte dal Confidi e grazie al suo intervento mi risollevai evitando altre strade. Un intervento concreto sottolinea fatto di fiducia nelle capacità imprenditoriali ma, soprattutto, nella persona».

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