“Per molti anni a venire, la stabilità di questo governo sarà garantita dalla compattezza della sua maggioranza”, ha dichiarato Giorgia Meloni infiammando il palco di Atreju nel suo intervento di chiusura. Parole che segnano una netta discontinuità rispetto al passato, quando le crisi di governo erano la norma. La destra sta invece offrendo una visione di lungo periodo, con la consapevolezza che la stabilità politica è la condizione necessaria per ottenere “autorevolezza, strategia e visione”. E non sono i bisticci sul canone Rai a metterne in dubbio la stabilità come ribadito anche dagli alleati Tajani e Salvini.
Ed è proprio la compattezza il filo conduttore della narrazione di Meloni: nonostante le normali differenze di vedute tra le forze di centrodestra, “chi spera che qualcuno metta il proprio personale destino davanti a quello della nazione rimarrà deluso”. È un avvertimento chiaro a chi cerca spaccature interne. La sinistra, dice Meloni, ha scommesso sul fallimento del governo di centrodestra, ma “ha puntato contro il cavallo sbagliato”.
La sfida economica: il “modello Italia” e il primato europeo
Uno dei cavalli di battaglia della sinistra è sempre stato il presunto disastro economico che il governo Meloni avrebbe provocato. Le previsioni catastrofiche, secondo la premier, si sono rivelate infondate e lo dimostra con dati concreti: “Con il governo di centrodestra, l’Italia rischia il default”, dicevano i detrattori. La realtà, però, racconta un’altra storia: “In questi anni l’Italia è cresciuta più della media della zona euro, e l’Economist ha eletto la nostra come la quinta migliore performance economica al mondo”.
Gli attacchi a Schlein e Landini: “Basta bugie sugli scioperi e sul lavoro”
Nel mirino della premier Giorgia Meloni ci sono anche le recenti mobilitazioni sindacali e la retorica della sinistra sulle presunte difficoltà del mercato del lavoro. L’affondo più diretto è contro il segretario della CGIL, Maurizio Landini, accusato di utilizzare toni e metodi senza precedenti nella storia del sindacato italiano. “Per giustificare il suo incitamento a una rivolta sociale, Landini sostiene che in Italia aumenta il precariato, diminuisce l’occupazione e cala il potere d’acquisto delle famiglie”, ha dichiarato Meloni, per poi smontare pezzo per pezzo questa narrazione: “I numeri dicono esattamente il contrario”.
Meloni snocciola i dati, come una prova inconfutabile: “Dal nostro giuramento al Quirinale il 22 ottobre 2022, ci sono 850.000 occupati in più. Il lavoro precario cala e, se consideriamo solo i contratti a tempo indeterminato, abbiamo quasi un milione di posti di lavoro in più in due anni”. Poi l’affondo finale: “Silvio Berlusconi, che sul milione di posti di lavoro in una legislatura fece la sua bandiera, sarebbe fiero di sapere che questo governo lo ha fatto in appena due anni”. Un attacco frontale, dunque, non solo al sindacato, ma anche a tutta quella sinistra che, secondo la premier, non vuole vedere la realtà e si limita a spiarla dal buco della serratura. Un omaggio anche al Cavaliere, a cui la platea ha tributato una standing ovation.
Schlein e il paradosso della sinistra: “Attaccano il governo ma difendono chi pagava 5 euro l’ora”
Non poteva mancare una stoccata anche a Elly Schlein, accusata di cavalcare gli scioperi senza preoccuparsi di chi, in passato, ha realmente danneggiato i lavoratori. “La sinistra e i sindacati che oggi ci contestano — e qui Meloni chiama in causa direttamente Landini e Schlein — firmavano contratti con una paga da 5 euro l’ora. Noi invece, con il taglio del cuneo fiscale, abbiamo messo 100 euro in più al mese nelle buste paga dei lavoratori con i redditi bassi”.
La contraddizione è servita: chi protesta, secondo Meloni, non ha l’autorità morale per farlo, perché proprio la sinistra ha firmato quegli stessi contratti “da fame” di cui oggi accusa il governo. Lo scontro con la CGIL e la segreteria di Elly Schlein, quindi, non è solo politico ma anche simbolico: da una parte c’è chi vuole “riscattare la dignità del lavoro”, dall’altra, chi “chiede scioperi strumentali per fare propaganda”.
La premier chiama in causa anche i sacrifici fatti dal suo governo per sostenere le categorie più deboli, citando l’aumento delle pensioni minime: “Quando c’era la sinistra, le pensioni minime sono aumentate di 23 euro in 8 anni. Con noi sono aumentate di 91 euro in 2 anni e presto supereranno i 100 euro”. L’obiettivo, per Meloni, è chiaro: smascherare “la propaganda del disastro” alimentata da sinistra e sindacati, mostrandone i paradossi e le incoerenze.
Là premier si rivolge ai lavorati: “Chiedetevi chi ha davvero lavorato per voi e chi, invece, ha preferito speculare politicamente sulla vostra pelle”. Una chiamata a distinguere la realtà dalla menzogna, mettendo i numeri sul tavolo e invitando gli italiani a non farsi strumentalizzare. Perché, conclude Meloni, “un po’ di coerenza, signori, un po’ di coerenza!”.
La battaglia sull’immigrazione: il “protocollo Albania” e la sfida ai trafficanti
Sulla gestione dei flussi migratori, Meloni rilancia il concetto di deterrenza. Il protocollo con l’Albania è, a suo dire, “la misura più temuta dai trafficanti di esseri umani”, perché chi sbarca in Italia ma viene trasferito in Albania perde l’aspirazione di rimanere nell’Unione Europea. Fermare questa iniziativa, dice Meloni, “sarebbe il più grande favore che possiamo fare ai criminali. E noi di favori ai criminali non ne facciamo”.
L’attenzione al tema della sicurezza prosegue anche sul fronte interno. “La sicurezza non è un problema di percezione, ma un’emergenza sociale che si scarica soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione”, sottolinea Meloni. Con il decreto Caivano, il governo ha inasprito la lotta alla criminalità minorile e rafforzato gli organici delle forze dell’ordine, spesso in prima linea nelle situazioni di emergenza.
Giustizia e riforme: la rivoluzione del merito
La madre di tutte le riforme è il premierato, non è una semplice riforma tecnica bensì una rivoluzione culturale: la politica non può più essere il regno dell’improvvisazione e del consenso facile, ma deve avere il coraggio di pianificare e governare a lungo termine. Per Meloni, il premierato non è solo una garanzia di stabilità politica, ma anche uno strumento per liberare il Paese dall’incertezza cronica che per anni ha paralizzato l’Italia.
Uno dei punti più divisivi del programma del governo Meloni invece è la riforma della giustizia. Le critiche della sinistra si concentrano sull’idea che la riforma porti a un controllo politico sulla magistratura, ma la premier respinge l’accusa al mittente. “Con la riforma della giustizia togliamo alla politica il potere di scegliere una parte dei membri del CSM”, afferma, spiegando che l’obiettivo non è il controllo ma la “liberazione della magistratura dal controllo delle correnti politicizzate”.
L’idea è chiara: premiare il merito e non l’appartenenza. Ogni magistrato “capace e perbene” potrà fare carriera anche se non fa parte di una corrente. Una battaglia di civiltà che, per Meloni, va a vantaggio non solo della giustizia, ma anche dei cittadini, sempre più diffidenti verso il sistema giudiziario.
Il rapporto con l’Europa e gli USA: dall’obbedienza alla centralità
Se c’è un tema in cui il governo Meloni si è distinto, è la politica estera. La premier rivendica la capacità di portare a casa risultati concreti per il sistema produttivo italiano. “Non è politica estera, è politica interna”, afferma, citando i suoi viaggi in giro per il mondo e i risultati ottenuti per le imprese italiane. Poi annuncia l’addio alla presidenza dei Conservatori europei spiegando che ora la famiglia è in grado di andare avanti da sola.
Sulle relazioni con gli Stati Uniti, Meloni smentisce chi la accusa di ambiguità. “Italia e Stati Uniti sono alleati leali, a prescindere da chi governa”, ma ribadisce anche che “il ruolo dell’Italia non è fare la cheerleader delle grandi nazioni”. Il suo approccio è quello dell’interesse nazionale, senza sudditanze.
La sfida culturale: la sinistra e il “complesso di superiorità”
Il racconto di Meloni non si limita ai dati e ai risultati. La premier individua una battaglia più profonda: quella culturale. La sinistra, afferma, ha la “spocchia di chi non ha azzeccato un solo pronostico negli ultimi dieci anni” e cerca ancora di demonizzare il governo. Meloni sta riuscendo nella grande battaglia di cambiare la visione culturale della destra, tanto che piace anche a chi non l’ha votata e a chi non ne condivide il pensiero. I cittadini italiani hanno risposto anche con la poca partecipazione agli scioperi, riconoscendo il lavoro del Governo. “Ci dicevano che avremmo portato l’Italia al default, ma la realtà è che oggi l’Italia stupisce il mondo”, dice con orgoglio. È una sfida contro il “complesso di superiorità” della sinistra e contro chi pensa che “obbedire sia l’unica strada”.
In questo, non mancano gli affondi personali, come quelli rivolti a Romano Prodi. Le critiche della premier si concentrano soprattutto su tre episodi simbolici: la svendita dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI): “Ogni patriota deve essere fiero di ricevere gli improperi di Romano Prodi”, ha ironizzato Meloni, aggiungendo: “Ho aperto una bottiglia del mio vino migliore e ho brindato alla mia salute”.
Il punto cruciale dell’attacco, però, è il tema dell’obbedienza. Per Meloni, Prodi incarna un modello di sudditanza ai poteri forti internazionali, una visione politica che il governo di centrodestra rifiuta categoricamente. “Prodi ha dimostrato di essere un esperto in obbedienza, dalla svendita dell’IRI all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio”. Una critica feroce che chiama in causa il concetto di sovranità nazionale, elemento centrale nell’ideologia di Fratelli d’Italia.
A differenza della sinistra, Meloni rivendica l’indipendenza delle scelte italiane sulla scena internazionale: “Abbiamo imparato da persone come lui che obbedire non porta bene né all’Italia né all’Europa”. È un messaggio chiaro agli italiani, ma anche ai vertici europei: il governo Meloni non accetterà imposizioni dall’esterno, che si tratti di vincoli di bilancio o di politiche migratorie. L’attacco a Prodi, dunque, non è solo una polemica con il passato, ma una dichiarazione di indipendenza rispetto a chi, in Europa, pensa di poter dettare la linea all’Italia.
Meloni non risparmia l’ironia, ma il messaggio è serio: il tempo dei “governi obbedienti” è finito. La nuova Italia, dice la premier, non sarà più una “cheerleader delle grandi nazioni”, ma un Paese capace di trattare da pari a pari con i suoi interlocutori internazionali. E se la sinistra, rappresentata simbolicamente da Romano Prodi, continuerà a criticare questa postura, Meloni sa già come rispondere: “Brinderò di nuovo, con il mio vino migliore”.
Un appello ai patrioti: la missione del centrodestra
“Se siete davvero patrioti, non chiedetevi cosa il partito può fare per voi, ma cosa voi potete fare per gli italiani”, conclude Meloni, con una citazione che riecheggia il celebre discorso di John F. Kennedy. La leader di Fratelli d’Italia chiama tutti all’azione, ribadendo che la posta in gioco è alta.
La sfida per il futuro, dunque, è chiara. Da un lato c’è la narrazione della sinistra, che si aggrappa a vecchi schemi e profezie catastrofiche. Dall’altro c’è il percorso del centrodestra, che punta su compattezza, merito, sicurezza e centralità internazionale e lo sta dimostrando con fatti concreti compresa la vice presidenza di Raffaele Fitto. “Non tornerà un tempo come questo”, avverte la premier, e invita i suoi a “non tentennare, non indebolirsi, ma affrontare la storia a testa alta”.
In fondo, “deludere la sinistra è il nostro sport preferito”. E con i dati alla mano, per ora, il centrodestra sembra vincere la partita.



