Percorrendo i viottoli commerciali, gli stand, i casotti e le varie “agorà” di Atreju, ho potuto osservare direttamente il cambio antropologico del popolo di destra. Il clima, la tensione, lo spirito degli anni passati, quasi più nulla. Sembra di aver assistito a una tranquilla kermesse aziendale, professionale, televisiva, con pochi momenti enfatici di sentita e percepita aggregazione.
Innanzitutto, va ammesso, un appuntamento irrinunciabile per il Palazzo che conta (tanti interlocutori di ogni versante e appartenenza), e un afflusso di gente senza precedenti, proveniente da tutta Italia. Non solo militanti, volontari, addetti ai lavori, personale politico e staff, ragazze e ragazzi agitati e un po’ tronfi (la vicinanza ai politici stressa ed esalta per imitazione), ma soprattutto tanti cittadini, a dimostrazione che il profumo del potere attira. Una regola che vale da sempre. E anche il segno che la storia e la bellezza di Roma (la location i giardini di Castel Sant’Angelo), vanno valorizzate per ogni evento.
E poi, complimenti all’organizzazione. Un orologio perfetto, una macchina altamente professionale. Un giusto mix di sapori e umori politici. Dove il caciocavallo, il vin brulé, gli omaggi, la pista di pattinaggio e la cultura, la radio, hanno fatto sentire la loro “essenza”.
E’ quel “nazional-popolare fisico” che la destra attuale incarna, come costume e postura politica.
Un “luogo” quello di Atreju, che da un lato, ha sancito il passaggio gestionale e storico del partito da “Colle Oppio” (la fucina di molti dirigenti di Fdi), alla “generazione Atreju”, destinata non solo a sostituire progressivamente i primi fondatori del partito, ma soprattutto a far fuori scientificamente e sistematicamente “i fratelli maggiori”.
Quelli che hanno contribuito, in primis, sul piano culturale e poi politico, a tracciare le basi dell’attuale destra di governo. Sto parlando dei presupposti che hanno portato alla nascita e al decollo di Alleanza nazionale e al “parto-abortito” del Pdl (le note ragioni dello scontro personale tra Fini e Berlusconi), che ha visto frantumarsi la possibilità di unire i tre grandi filoni della destra italiana: il filone conservatore, quello liberale e quello cattolico. Gente che ha sacrificato tutto nel nome di una speranza. Un allarme senza nostalgie o inutili polemiche.
Perché pure i “piccoli-grandi” della “generazione Atreju” hanno le loro ragioni: hanno condotto un partito dal 3% al 30% (An al massimo ha raggiunto il 16%). L’avvertimento che mi sento di fare è che rischiano pure loro di assistere sulla loro pelle al medesimo film di “ascesa e discesa” di un sogno, con annesse rovine: il Berlusconi “I”, nel gennaio 1995, il Berlusconi “II”, nell’aprile 2005, che portò al successivo Berlusconi “III”, e il Berlusconi “IV” nel novembre 2011.
E inoltre, come se non bastasse, di recitare e organizzare l’ulteriore grottesco film su come leccarsi le ferite, coinvolgendo quegli intellettuali, considerati scomodi, fastidiosi quando si vince, utili unicamente a infiorettare operazioni decise a tavolino, e puntualmente riconvocati, dopo averli emarginati, per farsi dare qualche idea di ripartenza a 360 gradi. Pensatori ed esperti che anche ora sono cancellati da personaggi mediatici di moda che fanno audience nella migliore o peggiore legge della visibilità fine a sé stessa.
Una maledizione che si ripete? Finché dura la leadership di Giorgia Meloni sarà molto difficile. E’ lei che tira la carretta. E’ lei che viene percepita come “Giorgia”: “l’autobiografia della nazione”. E’ lei che sa eccitare la piazza, forse pure meglio di Silvio.
E’ lei che riesce a recitare due parti in commedia: essere capo del governo che porta a casa le riforme (premierato, giustizia, autonomia, i numeri sull’occupazione e la stabilità), credibile e apprezzata sul piano internazionale e abile mediatrice tra Trump e Bruxelles, e galvanizzare la base, come ha fatto nel suo intervento domenica, polarizzando definitivamente il quadro politico (lo scontro con la Schlein, a suon di battute, come Moretti, il campo largo, la sinistra “rosicona” che mangia il kebab).
Ma attenzione, i motivi del suo successo, possono trasformarsi in un vulnus alle prossime politiche: non a caso ben salda e stabile a Palazzo Chigi ha smentito molte delle promesse elettorali. E lei sa benissimo che sarà valutata su due temi di fondo: l’immigrazione e la sicurezza. E sul secondo argomento al momento non può rivendicare successi.
E come mai il gradimento sulla Meloni resta invariato, nonostante il fatto che non ha mantenuto alcune promesse pre-elettorali? La risposta è lapalissiana: si tratta di un referendum quotidiano sulla sua persona, le sue qualità, i suoi punti di forza, ma in prospettiva potranno essere i suoi limiti, i suoi punti di debolezza. Indubbiamente e oggettivamente una leadership forte, carismatica. Ma solo questo. E’ lei e basta (sempre meglio della sinistra, ritengono i suoi fan ed elettori).
Ma il tema della formazione e selezione della classe dirigente è non solo antico, ma irrimandabile. Pochi elementi spendibili in giro. E troppi personaggi che le devono tutto, frutto di altre categorie: famigli, militanti, fedeli più che competenti. E questo alla lunga si paga, se non si vuole avere il fiato corto.
E poi, in quanto a Fdi, resta un dubbio amletico: chi sa rispondere a un quesito semplice-semplice: che razza di partito è: conservatore, sociale, liberale, moderato-patriottico con tinte populiste? E’ noto che a destra di Fdi c’è la Lega, al centro Tajani. E Fdi? Adesso è un ibrido. E per risolvere il problema non basta un governo simile a Draghi per quanto riguarda le scelte economiche e troppo prono verso gli Usa e la Ue, per quando riguarda la collocazione fuori dai confini.
E non basta un “sovranismo pragmatico” che si alimenta internamente del carisma personale del capo e di disciplina militare di sezione. E all’esterno, rispetto alla nazione? Che segno darà alle future generazioni? Quando nascerà il famoso “partito repubblicano”?
Ecco, ad Atreju si è appalesata una ambizione ancora in fieri che potrebbe implodere: “Non perdere l’occasione Giorgia”. “Il discorso con cui hai chiuso Atreju deve aprirsi al fururo”.
E il ritorno di Gianfranco Fini è la prova che c’è una continuità oggettiva. Che nulla si butta e tutto evolve, senza complessi, arroganza, delirio di onnipotenza.
Anche perché l’ibrido più che guardare al dopo (grazie a una profonda opera di attualizzazione non musealizzazione dei valori), potrebbe trasformarsi nella copia sbiadita e moderna di un Msi fuori tempo massimo.
Reportage da Atreju. Il cambio antropologico della destra e i dubbi su Fdi



