Coda dell’anno, pensieri sparsi e bilanci, ma soprattutto in ambito di politica estera l’anno in chiusura è stato senza dubbio l’anno di Donald Trump. Sommerso dalle critiche e dagli haters non era il favorito sicuramente il buon vecchio Tycoon, ma con il suo sorriso beffardo e il suo balletto a tema, il vecchio miliardario statunitense si è aggiudicato per la seconda volta a furor di popolo la presidenza degli Stati Uniti d’America nonostante le molteplici condanne giudiziarie. Volenti e nolenti con uno scarto di voti di gran lunga maggiore all’afro americana candidata dem Kamala Harris, Trump è l’uomo più potente del mondo e come vessillo alla sua presidenza ha messo sul podio più alto il suo fido, il magnate di Tesla Musk come ministro dell’economia. L’ombra incombente di un ritorno di Trump alla presidenza ha pesato lungo l’intero anno sul mondo intero: non faceva e non fa mistero di puntare su di lui Vladimir Putin, per ottenere una pace che gli permetta di proclamare vittoria; così molti leader della destra europea a cominciare da Viktor Orbàn; e Benjamin Netanyahu, il premier israeliano, che conta in nome della “sicurezza dello stato ebraico” di liquidare il mandato emesso contro di lui dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aia. L’elezione di Trump però non ha sciolto del tutto la suspense, anzi. Se era chiaro fin dall’inizio che si sarebbe dedicato a vendicarsi sistematicamente dei suoi veri o presunti nemici, ci sono molte carte da scoprire sul tavolo. In primis la minaccia di una guerra tariffaria degli Usa non solo con la Cina ma anche con Canada ed Europa, che può compiacere un elettorato isolazionista e timoroso della globalizzazione finché non se ne sentirà il peso, inevitabile, sui prezzi.



