Dazi USA: il boomerang di Trump colpisce le Big Three americane dell’auto

venerdì, 28 Marzo 2025
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Sprofondano a Wall Street le Big Three americane dell’auto: in chiusura di seduta ieri sera General Motors ha perso il 6,6%, Ford il 3,1%, Stellantis (ovvero Chrysler e Jeep) il 2,9%. Se con i dazi al 25% sulle auto importate negli Stati Uniti l’intento di Donald Trump era di proteggere l’industria nazionale, i primi effetti raccontano una storia diversa: il valore delle aziende crolla perché la produzione rischia di farsi più costosa e proprio l’economia americana potrebbe pagarne il prezzo più alto.

Il paradosso dei dazi

Se il settore automobilistico USA sta vacillando, in Europa si respira un’aria diversa. Le politiche protezionistiche di Trump, potrebbero infatti rafforzare la competitività del Vecchio Continente. La scelta di tassare le auto importate spinge le aziende americane a cercare nuovi fornitori e modalità di produzione, aumentando i costi e diminuendo la competitività. Al contrario, le imprese europee potrebbero beneficiare di una maggiore attrattività per gli investitori globali, che iniziano a guardare con più interesse a stabilimenti e infrastrutture al di qua dell’Atlantico.

Il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha sottolineato ieri come il protezionismo americano stia rendendo meno attraenti gli investimenti negli Stati Uniti, favorendo una maggiore autonomia industriale europea. Anche in ambienti finanziari si fa largo l’idea che il cecchio continente, invece di soccombere a questa guerra commerciale, possa sfruttare il momento per rafforzare il proprio settore produttivo e industriale.

L’Italia tra due fuochi

In questa nuova guerra commerciale l’Italia si trova in una posizione un po’ scomoda. Da un lato, Giorgia Meloni ha da sempre un legame solido con gli Stati Uniti, a prescindere dal partito di appartenenza del presidente del momento. Dall’altro, è parte dell’Unione Europea e non può ignorare il danno che i dazi USA stanno infliggendo all’industria automobilistica continentale.

Intervistata oggi dal Financial Times sulla questione, la premier ha definito “superficiale” l’idea che l’Italia debba scegliere tra Washington e Bruxelles. Per Giorgia l’interesse nazionale viene prima di tutto e l’obiettivo è evitare un conflitto commerciale che potrebbe danneggiare sia l’export italiano che la stabilità economica europea. Ha poi ribadito la necessità di una risposta ponderata da parte dell’Unione Europea, senza cedere alla tentazione di rispondere con ritorsioni immediate.

Ma se il governo italiano si sforza di bilanciare le sue relazioni transatlantiche, la Commissione Europea valuta contromisure meno diplomatiche. Bruxelles potrebbe decidere di rispondere con tariffe mirate sui prodotti americani più vulnerabili, aggravando il conflitto economico. Una strategia più lungimirante potrebbe essere quella di rafforzare la propria autonomia industriale, attrarre nuovi investimenti e ridurre la dipendenza dai mercati statunitensi, senza dichiarare alcuna guerra commerciale a Washington.

Nel frattempo, il mondo della finanza è già in allerta. Gli investitori temono che il protezionismo di Trump possa generare una spirale negativa, danneggiando la crescita economica americana. Il caso Walmart è emblematico: per sfuggire agli effetti dei dazi, il colosso della distribuzione ha deciso di investire sei miliardi di dollari in Messico, riducendo così la sua esposizione al mercato statunitense. Un segnale che molte aziende potrebbero presto seguire.

La partita è all’inizio, e una volta l’Italia ha carte importanti da giocare. Se la Meloni riuscirà a far valere il suo ruolo di ponte tra USA e UE (probabilmente nessuna leader dal nostro lato dell’Atlantico è stimata da Trump come Giorgia, con buona pace di Macron), potrà davvero riscrivere le coordinate dei rapporti di potere in Europa.

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