Geopolitica dei dazi, a cosa punta veramente Trump

sabato, 5 Aprile 2025
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E se non c’entrasse solo la bilancia commerciale? Dopo il venerdì nero delle Borse, molti si chiedono quali possano essere le vere ragioni dell’azzardo tentato da  Donald Trump con la politica dei dazi: 34% contro la Cina, 20% contro l’Europa, interi settori industriali nel panico, lo spettro della recessione globale agitato dalle immancabili Cassandre. I mercati non erano così isterici dall’11 settembre del 2001.

Perché il tycoon ha scatenato un simile cataclisma? Perché è così elevato il prezzo che l’America e il resto del mondo dovranno pagare alle esigenze di politica interna di Trump? Ma sarà poi vero che questa politica darà i suoi frutti alle elezioni di midterm dell’autunno 2026? Possibile insomma che il presidente e il suo staff di consiglieri non abbiamo previsto le pesanti ripercussioni economiche e psicopolitiche di questa improvvisa accelerazione sul fronte delle barriere tariffarie alle importazioni?

Per l’immediato si può dire che “The Donald” non appare minimamente turbato dalle conseguenze delle sue scelte. «Le mie politiche non cambieranno mai», ha detto, per poi aggiungere: «Questo è un grande momento per arricchirsi, per arricchirsi più che mai». Un messaggio di ottimismo in mezzo alla bufera? Riuscirà a spingere all’insù gli indici di Borsa? I mercati si tranquillizzano solo nella chiarezza. Staremo a vedere.

Nel medio periodo, quando il sistema si sarà adattato ai dazi, può darsi che effettivamente si assisterà a un minimo di riequilibrio nell’import-export americano. Difficile dire però quanto potrà giovarsene l’economia  Usa, anche perché l’inflazione tornerà a mordere e difficilmente assisteremo a un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, circostanza quest’ultima che potrà mandare fuori  dai gangheri l’inquilino della Casa Bianca. È già partito, in tal senso, l’attacco al presidente della Fed, Jerome Powell, e non è un mistero che Trump vorrebbe al più presto disfarsene, per sostituirlo con qualcuno più sensibile alle esigenze della politica economica da lui varata.

Ma proprio qui intravediamo uno degli obiettivi strategici della svolta che il tycoon ha impresso al sistema Usa. Questo obiettivo consiste nella messa in discussione del principio dell’”indipendenza” della Banca centrale dal potere politico. Questo principio è uno dei cardini dell’ideologia liberista che ha ispirato il sistema economico mondiale degli ultimi trenta-quarant’anni, fin da quando, tra gli anni ’70 e gli ’80, l’allora presidente della Fed, Paul Volcker, inaugurò una politica di alti tassi d’interesse (al fine di combattere la stagflation che affliggeva l’economia Usa in quegli anni) che fu pagata cara a livello popolare, cioè in termini di impoverimento e disoccupazione.

Un altro obiettivo strategico di Trump è quello di “reindustrializzare” gli Stati Uniti, il che vuol dire riportare negli Usa intere filiere industriali e renderli meno dipendenti dalle importazioni. Insomma, gli Usa come “fortezza” che ha sempre meno bisogno del resto del mondo, soprattutto meno bisogno della Cina.

Resta da capire come sia possibile centrare un simile obiettivo in un’economia sempre più interconnessa come quella odierna, anche perché c’è il rischio di un riavvicinamento tra l’Europa e il gigante asiatico, entrambi alla ricerca di nuovi mercati per assorbire la produzione industriale non più destinata agli Usa.

Il modello di un’America che traina l’economia mondiale attraverso la sua spaventosa capacità di consumo e attraverso il suo altrettanto spaventoso indebitamento, il modello del dollaro superstar e del controllo del commercio mondiale garantito dalle dieci super flotte americane dislocate in tutti i quadranti mondiali, è un modello che evidentemente all’America di Trump comincia a risultare assai costoso e, via via, sempre più insostenibile.

Si possono certo discutere le modalità (e la fretta) con le quali “The Donald” ha deciso di attuare la sua svolta. Ma è altrettanto certo che, dietro la nuova politica economica americana, ci sono ragioni profonde e di lungo periodo.

L’attuale “follia” di Trump  non è in fondo la reazione a un’altra “follia”, quella della globalizzazione imperante negli ultimi 25-30 anni, con la crescita abnorme, in poco tempo, della superpotenza economica cinese che ha distrutto le manifatture di America ed Europa e con l’altrettanto paurosa crescita del potere finanziario, con capitali speculativi a briglia sciolta che hanno compresso l’economia reale e provocato danni in mezzo mondo. Di quest’altro tipo di “follia” non parla però più nessuno.

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