Referendum, Schlein nella bufera: che succede nel Pd

martedì, 13 Maggio 2025
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Primo Maggio Schlein

Referendum dell’8 e 9 giugno: galeotto fu, per Elly Schlein, il patto di ferro con Maurizio Landini, leader della Cgil e teorico della “rivolta sociale”. Squilli di rivolta arrivano dall’area riformista del Pd. Sei, autorevoli esponenti dem firmano una lettera in dissenso con la linea ufficiale del partito. Contrariamente alle indicazioni della segreteria, voteranno Sì a due soli quesiti su cinque. È un vero e proprio terremoto nel maggiore partito di opposizione.

Vale la pena ricordare che la consultazione referendaria riguarda i seguenti punti:  1-licenziamenti illegittimi e contratto a tutele crescenti; 2- indennità per licenziamenti nelle piccole imprese; 3- contratti a termine; 4- responsabilità solidale negli appalti; 5- cittadinanza italiana per stranieri. La segreteria del Partito democratico è favorevole all’abolizione delle norme attuali su tutti questi punti. Gli estensori della lettera si dichiarano d’accordo con Schlein solo per quanto riguarda le norme sulla cittadinanza (riduzione da 10 a 5 anni il periodo necessario a ottenerla) e gli appalti (estensione della responsabilità per gli incidenti sul lavoro a committente, appaltatore e subappaltatore).

È il caso inoltre di ricordare che i firmatari della missiva (pubblicata su “la Repubblica”) non sono proprio gli ultimi arrivati in casa Pd. Si tratta infatti del presidente del Copasir Lorenzo Guerini, della vicepresidente dell’Europarlamento Pina Picierno, dell’europarlamentare Giorgio Gori, delle deputate Marianna Madia e Lia Quartapelle e del senatore Filippo Sensi.

Ma vediamo in particolare cosa scrivono. «L’8 e il 9 giugno  -questo l’incipit-  andremo a votare. Non solo perché è un diritto/dovere costituzionale, ma perché la partecipazione è il cuore di una democrazia. Voteremo sì al referendum sulla cittadinanza, che risponde alle attese di milioni di persone, discriminate nei loro diritti. E sì al quesito sulle imprese appaltanti, in un paese con una intollerabile strage quotidiana di morti sul lavoro».

E subito dopo la stoccata: «Ma  non voteremo gli altri 3 quesiti, perché la condizione del lavoro in Italia passa dal futuro. Non da una sterile resa dei conti con il passato».

Che succede al dunque nel Pd? Succede che Elly Schlein ha messo in non lieve imbarazzo un bella fetta dei parlamentari del suo partito, dal momento che le tre norme che i dissidenti non intendono abrogare fanno parte proprio di quel Jobs Act votato a suo tempo dal Pd, al tempo della segreteria di Matteo Renzi. Voi direte:  sono passati dieci anni e il partito del largo del Nazareno ha subito un brusco cambiamento di linea politica. D’accordo, ma dieci anni non sono un secolo ed è a dir poco paradossale lo spettacolo di un partito che smentisce se stesso nel giro due lustri. Evidentemente, per la leader Elly, le questioni di coerenza politica non sono poi così rilevanti. Pervasa dal sacro fuoco della svolta a sinistra, non si preoccupa dello smarrimento che la sua furia “rivoluzionaria” può determinare tra i suoi elettori e la sua opinione pubblica di riferimento.

A questo punto è lecito chiedersi:  ma l’attuale Partito democratico è realmente interessato a costruire un’alternativa di governo? È probabile che la Schlein punti solo sugli eventuali errori del centrodestra e, sul lungo periodo, scommetta anche su sconvolgimenti economico-sociali tali (tipo una crisi profonda del sistema capitalistico) da legittimare una eventuale svolta a sinistra in senso radicale. Campa cavallo…

Nel frattempo le potrà bastare tenere a distanza l’alleato-rivale Giuseppe Conte e mantenere inalterata la leadership a sinistra. Contenta lei

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