Chi paga davvero le sanzioni? Cronaca di un suicidio economico europeo

giovedì, 5 Giugno 2025
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Nel 2022 ci raccontarono che bastava chiudere il rubinetto a Mosca per farla inginocchiare. Un racconto da telegiornale delle 20, ottimo per rassicurare gli alleati e galvanizzare i moralisti da talk show. Ma oggi, a tre anni da quel «pacchetto numero uno», si può dire con numeri alla mano che il vero perdente – almeno per ora – non siede al Cremlino. Siede a Bruxelles, e parla tedesco, francese o italiano.

La Germania, cuore industriale del continente, sta smontando pezzo per pezzo quel modello export-oriented che l’ha resa la locomotiva d’Europa. La chimica, fiore all’occhiello del made in Germany, è emigrata. La BASF ha tagliato in patria e investito in Cina e Stati Uniti. Il motivo? L’energia. Non ce n’è abbastanza, e costa troppo. Il gas russo che scorreva a basso prezzo sotto il Baltico è stato sostituito con il GNL americano, sbarcato nei porti tedeschi a prezzo di saldo… per gli esportatori d’oltreoceano.

Secondo i dati di Statistisches Bundesamt, la produzione industriale tedesca è calata del 2,3% nel 2024 rispetto all’anno precedente, e l’indice PMI (Purchasing Managers’ Index) è rimasto per dodici mesi consecutivi sotto la soglia di espansione: una Germania che fabbrica meno, consuma meno, investe meno. Altro che reindustrializzazione verde: è un tramonto con retrogusto di carbone.

In Italia, le cose non vanno molto meglio. Il Centro Studi Confindustria ha certificato una perdita di oltre 7 miliardi di euro in esportazioni verso la Russia nei due anni successivi al 2022. Meccanica, moda, agroalimentare: settori che avevano un rapporto storico con Mosca e che oggi sono orfani di un mercato stabile. Al loro posto, i nostri concorrenti turchi, kazaki, indiani.

E mentre in Europa si discute di price cap e tetti morali, la Russia continua a incassare. I dati del FMI parlano chiaro: PIL russo in crescita del 3,2% nel 2024, spinto dalle esportazioni energetiche verso Cina, India e Paesi non allineati. Il petrolio Urals viene venduto con lo sconto? Certo. Ma quando vendi milioni di barili al giorno, anche con lo sconto guadagni. E poi c’è la beffa finale: una parte del GNL russo gira e ritorna proprio nei terminali europei attraverso triangolazioni che nemmeno i più scafati contrabbandieri del Reno.

E gli Stati Uniti? Gli Stati Uniti fanno affari. Il loro gas liquido ha sostituito quello russo con margini record. Secondo Bloomberg, nel solo 2023, le esportazioni di GNL verso l’Europa hanno generato oltre 50 miliardi di dollari. E poi c’è il business delle armi. Raytheon, Lockheed, Northrop Grumman: tutte in crescita da due anni consecutivi, grazie alle forniture a Kiev e alla corsa al riarmo dei Paesi NATO.

Questo, nel linguaggio della geopolitica, si chiama “estrazione di rendita strategica”. Gli Stati Uniti guadagnano influenza, contratti, e prestigio. L’Europa, invece, ha perso mercato, competitività e autonomia strategica. Ma non diteglielo: a Bruxelles stanno ancora brindando al “decoupling” come se fosse un successo.

E intanto, Mosca non è fallita. Ha trovato nuovi partner, nuove rotte, nuove valute. Il default tecnico del 2022? Un titolo da prima pagina durato due settimane. Poi la macchina ha ripreso a girare. Inquinata, autoritaria, opaca, certo. Ma funzionante.

Alla fine, le sanzioni dovevano strangolare la Russia. E hanno invece soffocato una parte dell’Europa. Non per colpa delle sanzioni in sé, ma per la totale assenza di una strategia di sostituzione, diversificazione e investimento comune. Siamo andati alla guerra economica con la pistola scarica.

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