Israele ha colpito l’Iran nella notte tra il 12 e il 13 giugno 2025 con una delle più vaste e sofisticate operazioni aerospaziali mai condotte in Medio Oriente. L’operazione, denominata Rising Lion, ha visto impegnati circa 200 caccia – tra cui 54 F‑35I stealth, 66 F‑15I e 80 F‑16I – decollati da basi nel Negev e da postazioni avanzate nel Mediterraneo orientale. In meno di sei ore, l’Aeronautica israeliana ha sganciato 331 munizioni guidate di precisione, colpendo simultaneamente 104 obiettivi strategici distribuiti in 9 province iraniane.
Il cuore dell’azione è stato l’attacco al complesso nucleare di Natanz, dove sono state utilizzate bombe bunker buster GBU-28 da 2.200 kg capaci di penetrare fino a 6 metri di cemento armato. Secondo l’Agenzia atomica internazionale, le centrifughe IR-6 avanzate sarebbero andate completamente distrutte. I missili a lungo raggio Delilah – con CEP (errore circolare) inferiore a 2 metri – hanno colpito depositi missilistici a Isfahan e Parchin.
A supporto, Israele ha impiegato oltre 40 droni d’attacco Harop e Heron TP, coordinati tramite AI per l’eliminazione mobile dei convogli militari. L’intera rete radar iraniana – basata su oltre 70 siti SAM attivi – è stata neutralizzata nei primi 7 minuti dell’operazione grazie a una combinazione di jamming elettromagnetico e cyber warfare, portato avanti dall’unità 8200. Le reti di comando e controllo (C4I) sono rimaste offline per 28 minuti, un tempo decisivo che ha impedito all’Iran di lanciare un contrattacco coordinato.
Il costo stimato dell’operazione, secondo analisti militari, supera i 180 milioni di dollari solo in materiali impiegati, senza contare l’intelligence pregressa e la logistica. Israele non ha riportato perdite: nessun aereo abbattuto, nessun pilota disperso. Il 93% dei bersagli primari è stato confermato distrutto tramite immagini satellitari post-attacco.
Sul fronte umano, l’operazione ha causato la morte di Hossein Salami, comandante delle Guardie della Rivoluzione, e di Mohammad Bagheri, capo di Stato Maggiore. Due scienziati nucleari – Fereydoun Abbasi-Davani e Mohammad Mehdi Tehranchi – sono stati uccisi nei bombardamenti su Teheran e Shiraz.
La risposta iraniana è arrivata con il lancio di 116 droni Shahed-136 e 18 missili balistici Fateh-110, in parte intercettati. Le sirene sono suonate in almeno 9 città israeliane, inclusa Tel Aviv. L’Iran ha richiamato in patria circa 12.000 riservisti e ha chiuso lo spazio aereo civile su tutto il Paese.
Il prezzo del petrolio è schizzato a 116,87 dollari al barile (+7,4% in 12 ore), mentre gli indici di borsa regionali hanno perso tra il 4% e l’8%. Le trattative sul nucleare, previste a Muscat per il 15 giugno, sono state sospese.
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Israele ha dunque portato a termine un attacco chirurgico su scala industriale, combinando superiorità aerea, dominio cibernetico e precisione algoritmica. Ma se dal punto di vista militare l’operazione è stata un successo netto, sul piano geopolitico si apre ora una fase instabile, ad alto rischio di escalation regionale, forse mondiale.



