Ciclone Trump sul vertice Nato: «Spendete per la difesa». Poi: «Ucraina? Con Putin ci parlo io»

mercoledì, 25 Giugno 2025
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Donald la peste atterra a L’Aja e anziché professare ottimismo gela le speranzose aspettative dei leader della Nato, riuniti nella capitale amministrativa dei Paesi Bassi, gettando altre ombre sul futuro dell’Organizzazione. A cena il clima è surreale. Trump gonfia il petto rivendicando il successo della tregua tra Iran e Israele: «Il nostro intervento è stato come la bomba su Hiroshima, ha chiuso la guerra», ma poi tra una pietanza e l’altra evoca scenari complessi per l’Alleanza atlantica. Bacchetta la Spagna: «Non va bene che non voglia spendere il 5 per cento del Pil entro il 2035 per la difesa, non è corretto per gli altri partner».

Poi la riflessione che paralizza gli altri commensali: «Se la Russia attaccasse uno dei membri della Nato non è detto che gli Stati Uniti dovrebbero correre in soccorso». Anche sull’Ucraina continua a tenere sulle spine gli alleati, ha visto Zelenski all’Aja, ma di censura all’aggressione russa nella dichiarazione finale del summit olandese nemmeno a parlarne. «Voglio trovare personalmente un accordo con Putin».

Un motivo di più per il presidente ucraino di temere l’isolamento. «Putin non si fermerà. E sta preparando operazioni contro i Paesi europei», ripete. C’è pure lui, come detto, a L’Aja, ma la guerra tra Israele e Iran, con la partecipazione degli Usa e il ruolo che si è ritagliata anche la Russia, ha inevitabilmente offuscato quello che, solo qualche mese fa, sarebbe stato il piatto forte del summit della Nato: la guerra in Ucraina. Donald Trump vuole chiudere in fretta, l’intesa con l’ex comico non è granché e così Zelensky a L’Aja conta sugli amici europei per farsi notare. Il segretario della Nato Mark Rutte ha fatto in modo che venisse invitato alla cena di gala offerta dai reali d’Olanda, gli ha organizzato due finestre di visibilità nel primo giorno di summit, compreso un punto stampa con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, quindi l’incontro con i leader dell’E5 europeo, ovvero Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Polonia. Ma il presidente ucraino è consapevole che, allo stesso tempo, non può prescindere dal supporto americano.

In questo contesto ha acquisito un certo spazio il duello tra Macron e Trump. Il corto circuito del G7 del Canada è stato preceduto dal blitz del primo in Groenlandia ed è stato seguito dalle divergenze tra l’Eliseo e il presidente americano sull’attacco degli Usa all’Iran. Poco prima di partire per il summit della Nato, Macron ha annunciato un colloquio telefonico con Trump, segno che forse tra i due sia arrivato il tempo di un timido disgelo.

Intanto l’Ue, con prudenza, resta alla finestra con la questione dei dazi che continua ad aleggiare sulle cancellerie europee. La Commissione continua a navigare a vista. Secondo fonti vicine al dossier, entro il 9 luglio, quando scadrà la sospensione delle tariffe decisa da Trump, non si andrà, nelle previsioni più rosee, oltre a un accordo quadro. E, nel corso della prima giornata del Summit Nato, nessun faccia a faccia tra Ursula von der Leyen e Trump è stato previsto. Su cifre e dettagli di un eventuale accordo, del resto, non si vede una scadenza all’orizzonte. Trump insiste su uno schema che preveda almeno il 10% di dazi sui prodotti europei. Ursula von der Leyen vorrebbe un accordo ad ampio spettro, basato sul principio del libero scambio. Nel frattempo, il pressing sulla Commissione nei prossimi giorni rischia di aumentare. Paesi come la Francia di Macron o la Spagna di Pedro Sanchez, già ai ferri corti con Donald sulla difesa, non ammettono eccessive concessioni all’alleato americano. E, nel mezzo, capitali come Roma (la premier Meloni ha marcato stretto Trump per tutto il tempo) o Madrid rischiano di trovare sempre meno spazio nel loro ruolo di pontiere tra le due sponde dell’Atlantico.

Intanto, volente o nolente, Mark Rutte, segretario generale della Nato, ha indicato la nuova via: «Per troppo a lungo gli Stati Uniti hanno portato il peso maggiore all’interno dell’Alleanza, ma tutto questo finisce oggi. Abbiamo un piano concreto che prevede che tutti gli alleati destinino il 5% del Pil alla difesa. Questa decisione è profondamente radicata nella nostra missione fondamentale ed è necessaria per finanziare i nostri piani di difesa e la nostra preparazione. E garantirà che tutti contribuiscano in modo equo alla nostra sicurezza».

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