Cresce il malumore della diplomazia tedesca nei confronti del governo. Sono soprattutto le nuove leve a chiedere un cambio di passo del cancelliere Friedrich Merz nei confronti di Israele. La richiesta, sempre più pressante, è quella di adottare una diversa postura rispetto alla crisi umanitaria a Gaza. Non solo una critica più chiara ed esplicita, ma dal ministero degli Esteri si sollecita anche l’interruzione delle forniture militari. L’indiscrezione proviene da Der Spiegel, ma negli ultimi giorni è stata rilanciata da diversi media locali. Il settimanale tedesco parla di frustrazione tra i diplomatici per i segnali “contraddittori” da parte del governo; è stato creato un gruppo on-line al quale avrebbero aderito circa 130 funzionari del ministero.
Per il periodico amburghese si tratta anche di un conflitto generazionale: sono soprattutto i giovani diplomatici, tra i trenta e i quarant’anni, come detto, a chiedere un cambiamento di rotta. I funzionari più esperti difendono invece l’attuale politica del governo in particolare perché legata alla cosiddetta “ragion di Stato”, vale a dire la formula coniata da Angela Merkel che vincola i governi tedeschi alla sicurezza di Israele anche a causa di un gigantesco debito morale verso quel popolo. «Facciamo un grosso di lavoro di conoscenza della responsabilità della Germania per avere causato una profonda frattura ai tempi della Shoah, nonché nel sottolineare i valori condivisi fra Berlino e Gerusalemme – disse dieci anni fa la cancelliera in uno storico intervento alla Knesset nel 2008 – chi minaccia Israele minaccia noi. La sicurezza di Israele è sempre stata ed è tuttora importante per ogni cancelliere tedesco e così sarà nel futuro. Il mio non è un impegno solo militare, ma è un impegno globale alla sicurezza di Israele. Sicuramente non siamo neutrali».
È sulla base di questo principio che i funzionari di Governo giustificano la prudenza nelle critiche all’alleato da quando è cominciata la guerra a Gaza. L’ha rispettato l’ex cancelliere, Olaf Scholz, e altrettanto fa il suo successore, Friedrich Merz, uno dei pochi leader europei ad aver dichiarato che la Germania non arresterebbe il premier Benjamin Netanyahu, se arrivasse in visita nel Paese, contravvenendo al mandato di cattura della Corte penale internazionale dell’Aja.
La Repubblica Federale, ricorda l’edizione in rete di Limes, considera Gerusalemme parte della propria ragion di Stato. Dopo gli Stati Uniti, la Germania è l’alleato più importante e affidabile di Israele dal punto di vista politico, economico e militare. Per i presidenti federali e i cancellieri la visita inaugurale nello Stato ebraico è ormai d’obbligo. E le esportazioni di armi tedesche verso il paese superano i 300 milioni di euro all’anno. Va ricordato che anche il ministro degli Esteri Johann Wadephul in più di una dichiarazione ha provato a definire meglio la formula della ragion di Stato, coniugandola con il rispetto dei diritti umani. Ma i tempi stanno cambiando, parte del corpo diplomatico chiede di più: in particolare che le armi che la Germania invia a Israele non siano utilizzate per azioni che rappresentino crimini di guerra o violazioni del diritto internazionale. Già ad aprile alcuni ex diplomatici tedeschi avevano pubblicato sul quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung una lettera aperta per chiedere un cambio di passo sulla guerra in Medio Oriente: «A Gaza non si può andare avanti così».
La guerra senza fine nella Striscia e la portata della distruzione stanno infatti cambiando la percezione dei fatti, sottolinea il Sole 24 Ore, secondo un sondaggio di fine maggio, l’80% dei tedeschi condanna le azioni del Governo israeliano e a Berlino, come in tante capitali, vanno in scena manifestazioni pro-Pal.



