750 miliardi di dollari di bugie. L’Europa green compra gas, tanto gas. Ma americano

martedì, 29 Luglio 2025
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Non era la transizione ecologica, quella per cui valeva la pena sacrificare l’agricoltura, chiudere fabbriche, vietare i motori diesel e umiliare il piccolo imprenditore italiano che ancora tiene accese le luci del suo capannone? Non era questo il futuro?

Bene, il futuro – oggi – si chiama gas liquido americano. E costa. Costa tanto.
750 miliardi di dollari. È quanto l’Europa spenderà entro il 2030 per importare gas e petrolio dagli Stati Uniti. Non energie pulite. Non fotovoltaico. Non idrogeno. Fossili. E da chi? Dal Paese che nemmeno ha firmato il Protocollo di Kyoto.

Nel 2023 l’export energetico USA verso l’Europa ha sfondato i 90 miliardi di dollari. Un fiume di denaro che attraversa l’Atlantico. Solo che non torna indietro. Finisce nelle casse di Exxon, Chevron, Cheniere, mentre qui si discute se l’olio d’oliva possa ancora essere etichettato come “prodotto sostenibile”.

C’è una parola che è stata bandita a Bruxelles: coerenza.
Nel 2021 l’Europa comprava gas russo a basso costo, attraverso pipeline stabili, strategicamente sciagurate ma logisticamente efficaci. Oggi lo compra dagli Stati Uniti, sotto forma di GNL trasportato via nave. Navi che bruciano bunker fuel e che, secondo l’IEEFA, rendono il ciclo di vita di questo gas più inquinante di quello russo. Ma nessuno fiata. Perché la bandiera è giusta.

I numeri sono impietosi.
Nel 2021, un’impresa industriale italiana spendeva 0,30 euro per ogni Smc di gas. Nel 2023 il prezzo è salito a oltre 1 euro/Smc. Un incremento del 250%, con picchi ancora peggiori durante le crisi logistiche.
Un’azienda media del Nord, con consumi annui di 10 milioni di Smc, ha visto la sua bolletta energetica passare da 3 a oltre 10 milioni di euro. In due anni. Non c’è piano PNRR che tenga, non c’è innovazione che resista.

E mentre in Italia si multano i motori diesel Euro 6, negli USA si trivella e si pompa gas con metodi vietati in Europa. Perché il fracking fa male, ma solo qui.
La Germania, che ieri si faceva vanto di essere green, ha speso 10 miliardi per costruire terminali GNL. E oggi importa il 40% del suo gas da Texas e Louisiana.

L’Italia? Sotto silenzio.
Si dice “diversificazione”, si legge “dipendenza 2.0”.
Si dice “transizione”, si legge “fossili, ma con partner NATO”.

La verità è che la guerra in Ucraina ha dato l’alibi perfetto.
Via Mosca, dentro Washington. Ma il modello è lo stesso: dipendenza energetica strutturale, industria soffocata, imprese che non ce la fanno più.

E la beffa è che Bruxelles continua a raccontarci di una rivoluzione verde, mentre firma contratti trentennali con chi produce CO₂ a tonnellate.
Non è solo contraddizione. È ipocrisia sistemica. Una macchina propagandistica che fa la morale al contadino, all’autotrasportatore, al piccolo imprenditore… ma non al cargo che scarica fossili a Rotterdam.

Si chiama geopolitica, dicono. Si chiama “realismo”.
Ma allora basta con le prediche. Basta con la pantomima del Green Deal, se il cuore energetico d’Europa batte al ritmo delle raffinerie texane.

Il punto non è destra o sinistra. Il punto è capire chi sta pagando tutto questo.
E la risposta è semplice: lo pagano le imprese europee, lo pagano i lavoratori, lo paga l’intera manifattura.
Perché il green, se imposto solo a casa nostra e pagato in dollari agli altri, non è un futuro.

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