All’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite Donald Trump non ha tenuto un discorso, ha messo in scena uno spettacolo. Sul podio si è mosso come in campagna elettorale, alternando slogan, provocazioni e battute, colpendo bersagli vecchi e nuovi.
Ha aperto con il tema che lo definisce: i dazi. “Sono un meccanismo di difesa”, ha detto, spiegando che servono a proteggere la sovranità americana. In apparenza, una frase rivolta al mondo, in realtà un messaggio domestico, indirizzato all’elettorato americano che si sente accerchiato dalla globalizzazione. La riflessione qui è chiara: se davvero la politica tariffaria di Trump tornasse ad alzare muri, il commercio globale si troverebbe di fronte a nuove linee di frattura, con effetti immediati su inflazione e catene di approvvigionamento.
Poi il Brasile: “Senza di noi fallirà”. Un affondo che sembra più una minaccia a Lula che una vera strategia diplomatica. Eppure, nello stesso respiro, Trump ha raccontato di essersi “abbracciato” con il presidente brasiliano. Una contraddizione solo apparente: la sua diplomazia si regge sul pendolo continuo tra scontro e riavvicinamento, un metodo che destabilizza ma allo stesso tempo costringe l’altro a restare al tavolo.
L’Europa è stata presa di mira frontalmente. Trump ha definito il cambiamento climatico “la più grande truffa”, accusato la Germania di “andare in bancarotta con il green” e descritto il Vecchio Continente come devastato da immigrazione e ambientalismo. In questo attacco si legge un riflesso profondo: il suo obiettivo è delegittimare l’idea europea di un modello sociale basato su sostenibilità e inclusione. Se la sua visione prendesse piede, l’Atlantico si allargherebbe non solo come oceano fisico, ma come distanza politica e culturale.
Sul fronte sicurezza, il linguaggio è stato ancora più duro: promessa di “far sparire i narcotrafficanti venezuelani”, impegno a fermare ogni ricerca sulle armi biologiche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, e il veto categorico all’Iran nucleare. Dichiarazioni roboanti, che aprono scenari pesanti: dal rischio di operazioni militari coperte in Sudamerica, fino al ritorno di un Medio Oriente in costante escalation.
L’Onu non è uscita indenne. Trump l’ha ridicolizzata come un’istituzione che “parla solo con parole vuote e scrive lettere forti”. Una battuta, ma anche un messaggio: il multilateralismo non è la sua strada. In un mondo che ha bisogno di tavoli comuni, il rischio è che si torni a una logica di blocchi e alleanze bilaterali, con meno spazio per compromessi globali.
Il tutto condito da siparietti teatrali: il complimento a Melania “in grande forma”, le risate strappate con ironie tecniche sul gobbo che non funzionava. Un contrasto studiato per ammorbidire la durezza del messaggio politico e trasformare un intervento istituzionale in un evento mediatico.
E infine l’autocelebrazione: “Ho chiuso sette guerre, nessuno lo aveva mai fatto. L’America è di nuovo rispettata”. Dati discutibili, ma funzionali a costruire il racconto dell’eroe solitario che “fa ciò che nessuno ha mai fatto”.
L’aula è rimasta spaccata: tra applausi, sguardi gelidi e imbarazzo. Ma la riflessione finale è che Trump non parlava davvero all’Onu. Parlava all’America, e attraverso l’Onu parlava al mondo, lanciando il messaggio che la sua visione non cambia: difesa a colpi di dazi, diffidenza verso alleati e nemici, e una certezza granitica di incarnare il destino nazionale.
Il futuro che emerge dal suo discorso non è fatto di accordi o cooperazione, ma di confronti muscolari e equilibri instabili. L’Onu, ancora una volta, non è stata protagonista: è stata la cornice dello spettacolo. Ma dietro le battute, resta l’ombra di un ordine mondiale sempre più fragile.



