É la fine di un’era: Trump distrugge l’Onu e lancia il programma per il futuro

martedì, 23 Settembre 2025
2 minuti di lettura

All’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite Donald Trump non ha tenuto un discorso, ha messo in scena uno spettacolo. Sul podio si è mosso come in campagna elettorale, alternando slogan, provocazioni e battute, colpendo bersagli vecchi e nuovi.

Ha aperto con il tema che lo definisce: i dazi. “Sono un meccanismo di difesa”, ha detto, spiegando che servono a proteggere la sovranità americana. In apparenza, una frase rivolta al mondo, in realtà un messaggio domestico, indirizzato all’elettorato americano che si sente accerchiato dalla globalizzazione. La riflessione qui è chiara: se davvero la politica tariffaria di Trump tornasse ad alzare muri, il commercio globale si troverebbe di fronte a nuove linee di frattura, con effetti immediati su inflazione e catene di approvvigionamento.

Poi il Brasile: “Senza di noi fallirà”. Un affondo che sembra più una minaccia a Lula che una vera strategia diplomatica. Eppure, nello stesso respiro, Trump ha raccontato di essersi “abbracciato” con il presidente brasiliano. Una contraddizione solo apparente: la sua diplomazia si regge sul pendolo continuo tra scontro e riavvicinamento, un metodo che destabilizza ma allo stesso tempo costringe l’altro a restare al tavolo.

L’Europa è stata presa di mira frontalmente. Trump ha definito il cambiamento climatico “la più grande truffa”, accusato la Germania di “andare in bancarotta con il green” e descritto il Vecchio Continente come devastato da immigrazione e ambientalismo. In questo attacco si legge un riflesso profondo: il suo obiettivo è delegittimare l’idea europea di un modello sociale basato su sostenibilità e inclusione. Se la sua visione prendesse piede, l’Atlantico si allargherebbe non solo come oceano fisico, ma come distanza politica e culturale.

Sul fronte sicurezza, il linguaggio è stato ancora più duro: promessa di “far sparire i narcotrafficanti venezuelani”, impegno a fermare ogni ricerca sulle armi biologiche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, e il veto categorico all’Iran nucleare. Dichiarazioni roboanti, che aprono scenari pesanti: dal rischio di operazioni militari coperte in Sudamerica, fino al ritorno di un Medio Oriente in costante escalation.

L’Onu non è uscita indenne. Trump l’ha ridicolizzata come un’istituzione che “parla solo con parole vuote e scrive lettere forti”. Una battuta, ma anche un messaggio: il multilateralismo non è la sua strada. In un mondo che ha bisogno di tavoli comuni, il rischio è che si torni a una logica di blocchi e alleanze bilaterali, con meno spazio per compromessi globali.

Il tutto condito da siparietti teatrali: il complimento a Melania “in grande forma”, le risate strappate con ironie tecniche sul gobbo che non funzionava. Un contrasto studiato per ammorbidire la durezza del messaggio politico e trasformare un intervento istituzionale in un evento mediatico.

E infine l’autocelebrazione: “Ho chiuso sette guerre, nessuno lo aveva mai fatto. L’America è di nuovo rispettata”. Dati discutibili, ma funzionali a costruire il racconto dell’eroe solitario che “fa ciò che nessuno ha mai fatto”.

L’aula è rimasta spaccata: tra applausi, sguardi gelidi e imbarazzo. Ma la riflessione finale è che Trump non parlava davvero all’Onu. Parlava all’America, e attraverso l’Onu parlava al mondo, lanciando il messaggio che la sua visione non cambia: difesa a colpi di dazi, diffidenza verso alleati e nemici, e una certezza granitica di incarnare il destino nazionale.

Il futuro che emerge dal suo discorso non è fatto di accordi o cooperazione, ma di confronti muscolari e equilibri instabili. L’Onu, ancora una volta, non è stata protagonista: è stata la cornice dello spettacolo. Ma dietro le battute, resta l’ombra di un ordine mondiale sempre più fragile.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.