Parliamoci chiaro, Flotilla e Hamas, vadano come vadano gli ultimi fatti, le ultime decisioni, le ultime diplomazie e strategie, hanno vinto. Hanno vinto la loro battaglia.
Possiamo parare i colpi, buttarla in politica, improvvisare spiegazioni alte, con grandi ricette mirabili per salvare l’umanità, i bambini di Gaza, l’Occidente, Israele da Netanyahu, contribuire al varo prossimo venturo dello Stato di Palestina, ma la questione è paradossale.
E va guardata con grande lucidità e obiettività, se è vero come è vero, che ormai la narrazione ha sostituito la verità, la percezione la realtà, gli annunci hanno sostituito i comportamenti concreti. Sono queste, infatti, le regole assolute e irreversibili della nuova comunicazione (amplificata esponenzialmente dai social). Centralità dei media che condizionano strutturalmente la politica e non viceversa (meravigliosi i tempi in cui erano solo i meri amplificatori di un pensiero, di una visione, di un’idea di società).
Come hanno vinto? Lo spieghiamo subito. E’ una vittoria esclusivamente mediatica.
Flotilla è riuscita nel suo intento: tutti parlano dell’impresa, di questa avventura, dei rischi, del coraggio, della coerenza, delle sue crepe interne, delle divisioni tra i suoi componenti. E di fatto, Gaza e le presunte o reali ragioni dell’iniziativa sono restate di sfondo.
Stessa cosa per quanto riguarda Hamas: al momento non ha restituito i corpi degli ostaggi, né i prigionieri ancora in vita; ha fatto odiare Israele al mondo e come sembra, ha avvicinato i tempi per il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Però, è una vittoria di Pirro. Perché la vittoria mediatica, specialmente negli ultimi giorni, non sta coincidendo con la loro vittoria politica.
Spieghiamoci meglio.
FLOTILLA.
Le controproposte della Chiesa, del cardinale Zuppi, del patriarca di Gerusalemme Pizzaballa (in ordine ai corridoi umanitari), il messaggio aperturista e prudente del capo dello Stato Sergio Mattarella, i continui richiami del governo Meloni che da un lato, accoglie e dall’altro boccia, condanna, hanno cambiato il paradigma degli organizzatori, così come pianificato a tavolino, prima della partenza delle imbarcazioni.
Tradotto, adesso è chiaro a tutti che non si tratta di una spedizione umanitaria, ma di una spedizione politica, ideologica, con l’intento di provocare Israele. Un’inversione di immagine mondiale che ha deluso, mutato molte iniziali simpatie (gli ultimi sondaggi sono emblematici).
HAMAS.
I 21 punti di Trump, approvati da Tel Aviv, sono un primo tassello per una pace possibile e realista, capace di mediare tra le esigenze palestinesi e le politiche di difesa-offesa di Israele. La liberazione degli ostaggi come premessa, condizione dell’accordo, la fine del potere di Hamas su Gaza, il governo temporaneo nella Striscia, con un’amministrazione temporanea di tecnocrati palestinesi (affidata forse a Tony Blair), il ritiro graduale delle forze militari israeliane e il diritto dei palestinesi a restare, non sono cose da poco. Mattoni di una nuova ricostruzione ipotizzabile.
E quindi? Non è dato sapere cosa avverrà domani, dopodomani. Speriamo il meglio. Ma ognuno si terrà la propria vittoria e la propria sconfitta.



