Leone XIV rompe il salvadanaio: lo IOR non avrà più l’esclusiva sugli investimenti

lunedì, 6 Ottobre 2025
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Il Vaticano apre i conti. E questa volta non in senso figurato.

Con la Lettera apostolica Coniuncta Cura, firmata “motu proprio”, Papa Leone XIV ha deciso di togliere allo IOR (la storica “banca vaticana”) l’esclusiva sulla gestione degli investimenti della Santa Sede.

Una rivoluzione silenziosa ma dirompente: dopo anni in cui ogni euro e ogni titolo dovevano passare per le mani dell’Istituto per le Opere di Religione, il nuovo Papa americano ha stabilito che l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) potrà scegliere di affidarsi anche ad “intermediari finanziari stabiliti in altri Stati” se ritenuto “più efficiente o conveniente”. Tradotto: d’ora in poi, anche Wall Street e la City di Londra potranno – almeno in teoria – gestire il denaro di San Pietro.

Dietro le formule latine e i richiami alla Praedicate Evangelium di Francesco, il senso politico è chiarissimo. Leone XIV sta restituendo respiro e autonomia a un sistema finanziario vaticano che in precedenza era stato centralizzato sotto lo IOR, in nome della trasparenza e della moralizzazione. Era il 2022 quando Francesco aveva imposto con un Rescriptum che tutte le istituzioni della Santa Sede “che siano titolari di attività finanziarie e liquidità, in qualunque forma esse siano detenute” dovessero trasferirle allo IOR “appena possibile”. Da allora, l’Istituto era diventato l’unico gestore, depositario e custode dei fondi vaticani.

Leone XIV ha deciso di cancellare tutto questo con un tratto di penna.

«Corresponsabilità nella communio è uno dei principi per il servizio della Curia Romana», scrive, sottolineando che “questa responsabilità condivisa richiede che siano ben definiti i ruoli e le competenze di ciascuna Istituzione” e che si realizzi “una dinamica di mutua collaborazione”. Ma dietro la parola d’ordine della “corresponsabilità” c’è una chiara presa di distanza dall’accentramento finanziario del pontificato precedente. Per il Papa, la trasparenza non si ottiene blindando tutto nello IOR, ma distribuendo competenze e controlli, anche oltre le mura leonine.

Il gesto ha un’evidente valenza istituzionale, ma anche un sottotesto politico. Lo IOR, da sempre simbolo del potere economico vaticano e spesso al centro di scandali che hanno appassionato decenni di appassionati di crimini finanziari e teorie più o meno complottiste – dal caso Sindona agli anni oscuri di Marcinkus, fino alle inchieste più recenti – era tornato al centro della scena sotto Francesco grazie al suo direttore generale, Gianfranco Mammì, uomo di fiducia del Papa argentino. Con Coniuncta Cura, Leone XIV spezza quel cordone, rimette in discussione gli equilibri interni e apre di fatto il mercato degli investimenti vaticani a nuove relazioni esterne.

C’è poi un’altra lettura, più sottile ma non meno significativa. La Santa Sede, come qualunque grande istituzione, si trova oggi in un contesto globale radicalmente mutato: tassi in rialzo, mercati volatili, tecnologie finanziarie in rapida evoluzione. Continuare a operare con una sola struttura, per quanto “interna”, rischiava di diventare inefficiente. Lo ammette lo stesso Papa quando, citando le raccomandazioni del Consiglio per l’Economia, scrive di aver “consultato persone esperte in questa materia” prima di procedere alla riforma.

Il nuovo modello – in cui l’Apsa resta titolare delle scelte ma può avvalersi di operatori esterni – sembra ispirato a un principio di pragmatismo economico più che di austerità clericale. “L’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica generalmente fa effettivo uso della struttura organizzativa interna dello IOR”, recita il testo, “a meno che…”. Quel “a meno che” è la chiave di tutto: una clausola che apre le porte alla modernità, ma anche al rischio di nuove contaminazioni mondane.

Naturalmente, Leone XIV non lo dice apertamente, ma la sua mossa suona come un messaggio anche verso l’interno: lo IOR non è più intoccabile. E se il principio è davvero la “corresponsabilità”, allora nessuno, nemmeno la banca vaticana, può pretendere di detenere il monopolio sul portafoglio di Pietro.

Per ora, la riforma ha un tono tecnico e prudente, ma le sue conseguenze potrebbero essere enormi. Si rompe un dogma non teologico ma finanziario, e si riafferma un principio di pluralismo operativo in un settore dove per anni ha dominato la logica della centralizzazione e del silenzio. Forse è anche questo il senso più profondo del gesto di Leone: ricordare che la fede non teme la trasparenza, e che anche il denaro, se ben gestito, può servire la comunione.

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