Sarkozy, il carcere come ghigliottina. Un precedente inquietante  

giovedì, 23 Ottobre 2025
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La struggente immagine di Nicolas Sarkozy che si avvia verso il carcere de La Santé tenendo per mano la moglie Carla Bruni è qualcosa che rattrista e inquieta.

È la rappresentazione plastica della sconfitta della politica. Ed è anche una ghigliottina simbolica, decapitazione virtuale di ciò che rimane della sovranità. Un avvertimento in forma di esecuzione. Uno spettacolo a suo modo osceno, che gratifica le viscere della nuova “jacquerie”. Venite gente, avanti c’è posto, venite ad assistere alla gogna del “tiranno”. Al posto delle megere giacobine sferruzzanti davanti al patibolo ci sono i video virali sui social, con il loro corredo di compiacimenti indecenti, linguacce volgari, frasi sgrammaticate e truculente, messianismi mortiferi.

Si dirà magari che tanta enfasi può essere eccessiva perché Sarkozy è assente da diversi anni dalla scena politica. Ma proprio qui sta la vera perversione. Perché il messaggio giustizialista ci dice che il giacobinismo giudiziario può colpirti sempre, anche quando non conti più nulla, anche quando sei in pensione, anche quando pensi prevalentemente alle questioni private, anche quando hai dimenticato i fatti che ti hanno messo nei guai. Del resto, il Nicolas dietro le sbarre è pur sempre un ex presidente della repubblica. Davvero non c’è una preda più appetitosa per il “popolo” giacobino assetato di sangue.

L’Etica o è terribile o non è. Ne sa qualcosa anche Gianni Alemanno, che dal 31 dicembre è nel carcere di Rebibbia per aver violato gli  obblighi della pena alternativa. Si poteva evitare di arrivare a quel punto, anche perché il misterioso reato (traffico di influenze) per cui l’ex sindaco di Roma sta scontando la pena non esiste di fatto più. Ma ciò, ai nuovi Robespierre (e ai loro fan), non importa. Il giustizialismo è una divinità implacabile e il buon senso non può nulla su di lui.

Tornando a Sarkozy, anche nel suo caso non si sa bene perché è finito in carcere. Secondo i giudici che l’hanno condannato, l’ex inquilino dell’Eliseo «non poteva non sapere» (è la stessa motivazione con cui, a suo tempo, i magistrati del pool di Milano incastrarono Bettino Craxi) che due suoi collaboratori stavano trattando con il regime di Muhammar Gheddafi per ottenere fondi da impiegare nella campagna presidenziale del 2007. Avvertiamo solo che non ci furono movimenti di denaro tra il regime di Tripoli e le casse del partito di Sarkozy. Ci furono solo diversi viaggi in Libia a cui peraltro, l’allora candidato, neanche partecipò.  Ma, per violare l’Etica giacobina e giustizialista, basta solo l’intenzione malvagia. E il reprobo deve essere punito per la sua cattiva volontà, la cui esistenza, in questo caso, non è  stata neanche provata, fondandosi, tutta l’impalcatura accusatoria, su una mera supposizione. Tanto è comunque bastato per una condanna a cinque anni per associazione a delinquere. Kafka è vivo e lotta insieme a noi.

Vale la pena aggiungere che l’ex inquilino dell’Eliseo è da sempre odiato dalla sinistra, fin da quando, con le sue “rupture” nei primi anni del 2000, cominciò a demolire i dogmi del politicamente corretto. Non gliel’hanno mai perdonato.

La ghigliottina simbolica dell’ex presidente della repubblica francese potrebbe però rivelarsi un boomerang per la sinistra. E ciò innanzi tutto perché, se il bersaglio del giustizialismo è la politica in quanto tale, potrebbe capitare che un giorno, a finire alla gogna, sia qualche importante personaggio di quella parte politica. Va inoltre considerato che la carcerazione di Sarkozy può favorire un’alleanza più solida tra i sovranisti di Marine Le Pen (anch’ella colpita dal giustizialismo delle toghe) e i repubblicani di Bruno Retailleau. E non c’è bisogno di spiegare perché una simile soluzione potrebbe dare grandi dispiaceri alla gauche (e ai suoi compagni) nelle elezioni presidenziali del 2027.

C’è, alla fine, un fondo di paura nell’orgia giustizialista. E l’odierna esultanza non è che un giubilo isterico.

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