Rotterdam è il ventre gonfio dell’Europa. Da lì passano 14 milioni di container e 470 milioni di tonnellate di merci l’anno, compresi 70 miliardi di euro di prodotti alimentari. Ma dietro il vanto della potenza logistica olandese si nasconde una falla: il 97% dei carichi alimentari extra-Ue non viene controllato. Né un tampone, né un’analisi. Solo carte timbrate.
Eppure da quello stesso porto entra il 90% delle derrate sudamericane dirette ai nostri supermercati: carne dal Brasile e dall’Argentina, dove ormoni e antibiotici sono ancora di casa. Così l’Europa, che si vanta dei suoi standard, si nutre di illusioni e documenti doganali.
L’Olanda non produce cibo: copre appena l’1,5% del fabbisogno europeo. Quello che esporta davvero è logistica, non qualità. Ha 20.000 società di intermediazione alimentare ma non un sistema agricolo in grado di garantire sicurezza. È la piattaforma del mondo, ma non il suo filtro.
L’Italia, al contrario, controlla. Nei porti di Trieste, Ravenna e Gioia Tauro, un container su 15 viene ispezionato, contro uno su 200 a Rotterdam. Ogni anno si fanno più di 5.000 controlli portuali. Non basta il timbro: qui si cercano pesticidi, metalli pesanti, contaminanti, residui farmaceutici. Un lavoro certosino, da Paese che prende sul serio ciò che mette nel piatto.
Dietro c’è una macchina organizzata: Icqrf, Asl, Nas, Dogane, e sistemi digitali come il SIAN e il RASFF europeo. L’Italia segnala il 35% delle allerte alimentari dell’Ue, pur pesando solo il 12% del mercato. Un record di competenza e di coscienza.
E allora la domanda è semplice: perché non spostare in Italia la sede dell’Agenzia europea delle dogane? Tra Roma e Parma, dove già operano l’EFSA e il CREA, c’è il cuore tecnico dell’agroalimentare europeo.
Spostarla qui significherebbe tre cose:
– uniformare i controlli;
– tagliare 10 miliardi di dumping;
– difendere 60 miliardi di vero Made in Italy, oggi insidiati da 40 miliardi di falsi “italian sounding”.
Rotterdam commercia. L’Italia custodisce. E un’Europa che si rispetti dovrebbe sapere che la sicurezza alimentare non nasce nei bilanci, ma nella terra. Chi difende ciò che mangiamo deve conoscerne l’odore.



