Il silenzio che uccide due volte: la recensione di “Even” in concorso al RIFF

martedì, 25 Novembre 2025
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Nel panorama del cinema indipendente italiano, Even di Giulio Ancora si impone come un’opera prima sorprendentemente matura, capace di trasformare un fatto di cronaca nera in una meditazione poetica sul dolore e sulla memoria.  In concorso al XXIV Rome Independent Film Festival, il film — ispirato alla tragica vicenda di Roberta Lanzino, brutalmente uccisa nel 1988 a Rende — arriva nelle sale fino al 27 novembre, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

La protagonista, Giulia, interpretata da una intensa Federica Pagliaroli, è un’adolescente ribelle che affronta la propria crescita con leggerezza, almeno finché un evento improvviso non incrina la superficie della sua spensieratezza. Una violenza ineluttabile e un vuoto silenzioso la legano a un femminicidio lontano nel tempo ma inquietantemente vicino nella sensazione. Il film costruisce così un transfert emotivo tra due epoche: un’anima del passato e un corpo giovane e vivo che si ritrovano a condividere lo stesso trauma.

L’autore pugliese non cerca il colpo di scena né indulge nella spettacolarizzazione del dolore. Al contrario, sceglie una regia essenziale, fatta di respiri trattenuti, di inquadrature che osservano senza violare, di dettagli che parlano più delle parole.
Lo sguardo su Giulia non è mai voyeristico: la macchina da presa la accompagna, le resta accanto mentre tenta di fare ordine in un caos emotivo che nessuno sembra voler vedere.

La componente più affascinante di Even è il modo in cui il crimine diventa simbolo. La neve, che ricorre come elemento visivo e narrativo, non è semplice scenario: è il luogo della rimozione collettiva, la coperta che nasconde la verità, conservandone però i frammenti. Ciò che è sepolto prima o poi riaffiora, e Giulia si ritrova intrappolata tra bugie, dichiarazioni spezzate, pentimenti tardivi. L’ambiguità morale è una costante. Ma l’opera evita i giudizi, preferisce lasciare allo spettatore la fatica di distinguere colpa e innocenza. E in quella fatica si coglie tutto il peso del film: niente è netto, niente è semplice.

Federica Pagliaroli dà al personaggio una fragilità palpabile, trattenuta, fatta di sguardi più che di parole. La sua Giulia non è solo una vittima, ma un simbolo: rappresenta tutte le donne che portano una ferita nascosta, tutte quelle cui il dolore è stato negato, o peggio, silenziato. La coralità del cast – Marco Cocci, Simona Cavallari, Massimo Bonetti, Romina Mondello, Ernesto Mahieux, Serra Yilmaz, Paola Barale e la debuttante Martina Chiappetta – sostiene il racconto senza mai sovrastarlo, in una sintonia che rafforza il clima di sospensione.

Le luci fredde e gli spazi silenziosi, danno forma all’inquietudine, accompagnando la narrazione come una lama sottile. Le immagini si insinuano nei i paesaggi della Sila e di Cosenza, dove il bianco copre tutto ma  non protegge nulla. A questo si aggiunge il brano originale Going to the Sea, scritto e interpretato dallo stesso regista. Una canzone che affonda nel dolore senza compiacersene, evocando la storia reale da cui il film trae ispirazione. È una colonna sonora che non fa da sfondo, ma da eco emotiva, prolungamento del trauma.

Even è una narrazione che scava, non consola. Non è un film costruito per piacere, bensì per disturbare nel senso più profondo del termine: mette lo spettatore davanti alla responsabilità dello sguardo. Il vero male non è soltanto la violenza subita, ma il silenzio che la avvolge. Il tacere collettivo, l’istinto di voltarsi dall’altra parte, la tendenza a proteggere l’equilibrio sociale anche quando questo significa sacrificare la verità.

Giulia diventa così il volto di chi porta dentro un segreto che tutti conoscono ma che nessuno vuole nominare. La sua confusione è lo specchio di una società che preferisce la quiete alla giustizia, la neve alla memoria.

Giulio Ancora firma un esordio coraggioso, un film che affronta un dolore antico con pudore e precisione. Nel suo equilibrio fragile, la narrazione invita a guardare oltre la superficie, a sollevare la neve che copre ciò che non si è voluto vedere. Una storia che parla di ferite, ma anche di resistenza. Un cinema che non si limita a raccontare: chiede, e costringe a rispondere.

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