Nell’Italia in costante declino non solo non c’è posto per i giovani, ma non c’è alcuna pianificazione che li coinvolga direttamente. Il risultato è il continuo esodo delle nuove generazioni verso l’estero. Come si può rallentare questa drammatica tendenza? «Occorre ridurre i divari dell’Italia nelle condizioni di vita e di lavoro rispetto agli altri Paesi avanzati, trattenere i giovani italiani e favorire i rientri», spiega il presidente del Cnel Renato Brunetta presentando il rapporto “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, realizzato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.
«Si parla tanto dei giovani, ma con loro si parla ancora troppo poco. Eppure, dai giovani dipende il futuro di tutti noi. Occorre avere molta cura – ha aggiunto Brunetta – nel cercare di coinvolgerli e nel dare loro opportunità, responsabilità, autonomia decisionale, fiducia». L’Italia lo fa? Non quanto dovrebbe. Lo dice la nuova ondata di emigrazione che è partita nel 2011, nel pieno della crisi dei debiti sovrani, e che ha poi acquisito consistenza sempre maggiore. Così come si è incrementata, tra i giovani espatriati, la quota dei laureati, la punta di diamante del capitale umano.
«Poiché non esiste una solo specifica causa dietro alla scelta dei giovani di andarsene, la soluzione – ha sottolineato il presidente del CNEL – non può che essere olistica e coinvolgere tutta la classe dirigente del Paese, pubblica e privata: i governi centrale e locali, le università, le imprese, i sindacati. La maggiore attrattività si costruisce attraverso un percorso comune. In quest’ottica, il CNEL si candida a organizzare un osservatorio permanente sull’attrattività dell’Italia per i giovani, che veda coinvolti tutti gli stakeholder di riferimento, a partire dai decisori istituzionali. Un luogo che sappia valorizzare il ruolo dei corpi intermedi, raccordando le loro reti e canalizzando le loro competenze. Perché non possiamo permetterci il lusso di far crescere e istruire, con passione ma anche con un notevole impegno finanziario, giovani che poi decidono di andare via, perché non siamo capaci di dare loro le opportunità e la qualità della vita a cui ambiscono e che altrove trovano».
Purtroppo, è in atto da anni una progressiva riduzione della popolazione giovanile: dai circa 15 milioni della metà degli anni Novanta si è passati ai poco più di 10 milioni del 2024, nonostante l’ingresso di quasi due milioni di giovani dai Paesi a basso reddito, in particolare esterni all’Unione europea. La causa è, ovviamente, la denatalità: nel 2025 si toccherà un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia, probabilmente scendendo sotto i 350mila neonati. Ancora all’inizio di questo secolo erano oltre mezzo milione. I pochi nati di oggi saranno i pochi giovani di domani. E una parte significativa di questi giovani se ne andrà: meno 441mila è il saldo migratorio cumulato nel periodo 2011-24, più di quelli che nascono ogni anno. Se si considera il saldo del 2024, che è stato uguale a meno 61mila, è pari a un sesto dei neonati nello stesso anno.
Il Cnel ha delineato una vera e propria Strategia-giovani, parte integrante di una visione organica che ha voluto racchiudere nel concetto di “nuovo patto generazionale”. L’obiettivo è di valorizzare il ruolo delle nuove generazioni nello sviluppo e nella creazione del benessere del Paese.
Il rapporto individua sei ambiti prioritari su cui concentrare l’attenzione: questione salariale, costo della vita, a partire dalle abitazioni, e poi innovazione e ricerca, cultura del lavoro e meritocrazia, qualità della vita, semplificazione e incentivi al rientro. Per quel che riguarda il potere d’acquisto dei salari, a intervenire sono chiamate innanzitutto le Parti sociali, attraverso la contrattazione. Risposte efficaci sono da ricercare anche con riferimento a meccanismi di redistribuzione dei guadagni di produttività che tengano conto del merito, negoziando modalità trasparenti e giuste per la sua misurazione. Altre leve su cui agire sono i criteri per l’accesso ai bandi pubblici, la crescita dimensionale delle imprese, i contratti di stage e apprendistato, per riportarli alle loro funzioni originarie.



