Tutti si interrogano sullo scontro Europa- Usa che emerge dal documento sulla National Security Strategy lanciato ieri sui media intercontinentali e che tante polemiche ha già provocato tra le due sponde dell’Atlantico. La domanda di queste ore è: perché Donald Trump ha lanciato questa ennesima provocazione contro i suoi alleati del Vecchio Continente? Non è facile rispondere. Però una cosa la si può già dire: dietro questo attacco all’Ue si intravede la sagoma del vicepresidente J. D.Vance più che quella del comandante in capo.
Diciamo che Trump può, sì, aver dato il via libera a questo attacco contro l’Europa, ma ciò per motivi essenzialmente contingenti, magari legati al suo probabile disappunto per la reazione dei leader Ue al piano di pace elaborato dal suo fido sodale Steve Witkoff, cioè i famosi 28 punti che gli europei hanno criticato con grande forza, creando il disdoro di Washington come pure quello di Mosca. Vedervi però le linee di una “dottrina Trump” proiettata verso il lungo periodo è cosa decisamente azzardata. Dietro le espressioni più forti, tipo ad esempio la fosca previsione sulla «cancellazione della civiltà europea» entro vent’anni, ci sono in realtà le ossessioni del numero due di Washington e non le idee del numero uno.
In questo discusso documento sulla sicurezza nazionale americana si trovano gli stessi concetti che Vance espose con un certa ruvidezza nella conferenza che si svolse a Monaco nello scorso febbraio, quando il vicepresidente accusò gli europei di «ritirata dai valori fondamentali».
Anche il politologo Charles Kupchan (che a suo tempo fu consigliere di Barack Obama) scorge dietro certe elaborazioni la mano del vicepresidente. «Trump -dichiara oggi lo studioso in una intervista sul “Corriere della Sera”- non legge documenti di questo tipo». È troppo ideologico per un soggetto come il tycoon, che ha dimostrato di coniugare la politica (ex) imperiale americana con il business. C’è piuttosto il senso di quella «guerra culturale» tanto cara al giovane JD. Il fatto è che le ossessioni di Vance corrispondono ai punti chiave del movimento Maga, movimento del quale il vicepresidente è un po’ il punto di riferimento più rilevante all’interno dell’amministrazione Trump. E, in queste ossessioni, le idee forza sono la difesa identitaria, l’opposizione all’immigrazione, il contrasto deciso alla cultura woke.
Ci sono, nel movimento che alimenta il trumpismo, la frustrazione, la rabbia e la paura dell’uomo medio (bianco) americano per la perdita di identità, una paura che fa tutt’uno con il senso di impoverimento economico causato dalla globalizzazione.
Resta da capire perché questa rabbia e questa paura sono rivolte, nel documento per la sicurezza nazionale americana, proprio contro gli europei. Che cosa interessa, a Vance e ai trumpiani arrabbiati del Maga, quello fanno i governi europei in materia di politiche immigratorie? Direttamente, certo, nulla. Indirettamente però sì. Perché proprio l’Europa che non sa reagire alla pressione dei migranti è un po’ il modello che i trumpiani non vorrebbero vedere applicato in America. Diciamo che Vance e i militanti del Maga scorgono, nel Vecchio Continente di oggi, una sorta di immagine riflessa di sé, un’immagine ovviamente negativa.
Se è così, diciamo allora che, con questo documento, l’America parla più a sé stessa che all’Europa. Di veri e propri cambiamenti nelle concezioni geostrategiche Usa non è proprio il caso di parlare.

