Board della pace, così l’ordine mondiale diventa una s.p.a.

venerdì, 23 Gennaio 2026
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Benvenuti nel mondo della politica internazionale privatizzata. L’Onu è in crisi cronica? Non riesce più (ammesso che ci sia mai riuscita) a impedire lo scoppio di guerre nelle zone calde della Terra? Niente paura, ci pensa Donald Trump. Lanciando a Davos il “Board of peace” (Consiglio della pace) per la ricostruzione di Gaza, il Number One di Washington ha avuto un’idea geniale: trasformare l’ordine mondiale in una sorta delle società per azioni.

E sì perché, per entrare in questo elevato club di benefattori dell’umanità, bisogna sborsare un miliardo di dollari. Scusate se è poco. Ma è come giocare in un casinò per super-ricchi. Si entra con questa mega-fiche e si partecipa ai mirabolanti progetti illustrati nelle slide da Jared Kushner, il fido genero di “The Donald”: avveniristici grattacieli da fare invidia a Dubai, spiagge da sogno, centri commerciali mai visti prima, e quanto di meglio ha saputo partorire la fervida mente di architetti al top della creatività.

Tutti possono partecipare al gioco del Board, non occorre essere potenze medie o grandi potenze mondiali con una grande tradizione diplomatica alle spalle. Basta acquistare la fiche da un miliardo di dollari e ci si siede al tavolo delle decisioni con la dignità di un grande della Terra . Già 25 Paesi hanno aderito: dalla Bielorussia al Paraguay, dal Marocco al Kosovo, dalla Bulgaria al Vietnam e a tanti altri Stati che finora non hanno mai partecipato ai summit mondiali, ma che ora hanno l’opportunità di portare il loro mattone alla costruzione della pace.

Alla base di questa invenzione di Trump c’è un’idea molto semplice: è il business a muovere il mondo. Non i valori, non gli ideali, non le utopie con tanto di sdilinquimenti pacifisti e umanitari, ma solo il fruscio delle banconote, i portafogli gonfi, il tintinnio delle monete d’oro.

Lo dicevano anche i primi liberisti della storia, Adam Smith & Friends: se i popoli commerciano tra loro non si prendono a schioppettate. Fate gli affari, non fate la guerra. Coerente interprete di questo credo è Steve Vitkoff, inviato di Trump in Medio Oriente e in Russia.  È un magnate immobiliare, non un diplomatico di lungo corso.

È lecito comunque chiedersi cosa possa esserci dietro questa idea rivoluzionaria di Trump. Forse il vecchio sogno dei filosofi ed economisti libertari che volevano privatizzare anche il chiaro di luna? È o no, l’America, la terra di Ayn Rand e dell’utopia anarco-capitalista che vorrebbe abolire il concetto stesso di Stato?

Possiamo buttarla anche in filosofia, ma la verità è un’altra: negli ultimi anni sono cresciuti, negli Usa, potenze economiche private da far paura a tutti. Non parliamo solo di Silicon Valley e di Big Tech, parliamo anche e soprattutto dei giganti della finanza. Proprio a Davos i lavori sono stati aperti da Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, la più grande società di investimento del mondo, con un giro di affari di 14.000 miliardi di dollari, che è più del Pil di Italia, Germania, Francia e Spagna messe assieme. Capite bene quanto sia potente oggi nel mondo la spinta a trasformare in business la politica internazionale.

Non tutto però, nel mondo di oggi, si può comprare. Una grande lezione ci viene dalla Groenlandia. Gli inuit hanno rifiutato l’offerta di Trump di centomila dollari a ogni abitante dell’isola in cambio dell’appoggio alle richieste americane. Nello staff di Donald ci saranno rimasti tutti di… ghiaccio.

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