Askatasuna, ovvero genesi di un gruppo eversivo che non nasce come un fungo ma dopo anni di tolleranza da parte della politica. Perché, senza sponsor e senza coperture, gli antagonisti violenti che ieri hanno messo a soqquadro Torino, incendiato una camionetta, aggredito una troupe della Rai, ferito 11 agenti, quasi uccidendone uno a colpi di martello, scatenato tutto il pandemonio che hanno scatenato, se non si fossero a lungo sentiti immersi in un clima di impunità.
Per la cronaca, riferiamo che cominciano in queste ore ad arrivare i primi arresti. Per l’aggressione all’agente di polizia, è finito in manette un attivista di 22 anni, di Grosseto. Questa città toscana dista 476 chilometri da Torino. Altri sfasciatutto sono arrivati nel capoluogo piemontese anche da Milano e da Roma. Pare che tutti gli estremisti più violenti d’Italia (e qualcuno anche d’oltre confine) si siano dati appuntamento ieri a Torino. Tutto questo sta a significare che le devastazioni erano organizzate e pianificate.
Oggi anche l’opposizione di sinistra condanna coralmente e duramente i fattacci di Torino, ma le odierne esecrazioni non cancellano i taciti (e spesso anche palesi) appoggi di cui i “rivoluzionari” di Askatasuna hanno a lungo goduto da parte della sinistra torinese, riformista e non.
Di chi parliamo? Innanzi tutto, del sindaco della città della Mole, Stefano Lo Russo del Pd. A proposito della guerriglia urbana in questo folle fine settimana torinese, il primo cittadino parla di «scene raccapriccianti» e annuncia che il Comune si costituirà parte civile contro i teppisti. Ma il Lo Russo che oggi lancia strali contro gli antagonisti è lo stesso che esattamente due anni fa, il 30 gennaio del 2024, approvò un “patto” tra il Comune e Askatasuna, con il centro sociale che fu all’epoca definito «bene comune» in una delibera della Giunta comunale. E lo stesso sgombero, il 18 dicembre 2025, dell’edificio in corso Regina Margherita “okkupato” dagli antagonisti non è stato alla fine deciso perché, qualche giorno prima, un centinaio di guerriglieri urbani avevano assaltato la redazione della “Stampa” al grido di «giornalista terrorista sei il primo della lista», no la motivazione ufficiale era che gli “okkupanti” non avevano rispettato il regolamento edilizio per aver fatto dormire otto persone e un gatto al terzo piano, considerato pericolante.
Era chiaro che il motivo reale dello sgombero era la violenza esercitata dagli attivisti di Askatasuna contro la storica testata torinese, ma il fatto che il Comune non abbia voluto motivare politicamente tale decisione, rifugiandosi nell’urbanistica, ha di fatto motivato gli antagonisti alla devastazione di ieri: se la violenza non è un problema politico, «ci prendiamo la città».
Vale la pena anche aggiungere che Lo Russo, al tempo della Giunta Appendino e quando il Pd era all’opposizione dell’amministrazione M5S, usò parole di fuoco proprio contro Askatasuna: «Occupare immobili è un atteggiamento fascista». La sindaca di allora (era il 2019) era accusata dal Pd di condiscendenza con i violenti.
Al dunque, l’atteggiamento della sinistra torinese verso gli antagonisti è condizionato dalla convenienza politica. Una volta Askatasuna fa comodo, un’altra volta no. È chiaro che, nel vuoto lasciato da questa incoerenza delle istituzioni cittadine, gli antagonisti si espandono e si rafforzano.
Ma, nella vicenda torinese di ieri, c’è anche di peggio. C’è di fatto la legittimazione della pratica della violenza. E lo dimostra la presenza al corteo contro lo sgombero di Askatasuna di diversi esponenti del M5S e di AVS. Uno di questi, il parlamentare Marco Grimaldi (vicecapogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera) è stato a dir poco sfrontato. Ha detto, riferendosi alle violenze di ieri sera, che «quelle immagini non ci sarebbero state senza lo sgombero di Askatasuna». Se ne deduce che, per l’ineffabile deputato della sinistra, la responsabilità delle devastazioni torinesi non è dei teppisti che le hanno provocate ma delle istituzioni che le hanno subite. E Grimaldi ha detto anche qualcosa di orrifico: «Askatasuna è parte della città e l’ha arricchita. Il governo non si prenderà lo scalpo di Torino». Se ciò non vuol dire fomentare i violenti, poco ci manca…
Il fatto è che, come accade ultimamente in tutta Italia con i pro-Pal, la presenza di gruppi estremisti pronti a sfasciare tutto e a provocare incidenti, fa in fondo comodo all’opposizione, perché la piazza può sempre risultare un’arma di pressione contro il governo della “destra”, un esecutivo che sarebbe costantemente attraversato da “pulsioni autoritarie”.
In questo modo però si rischia di fare la fine degli apprendisti stregoni, scatenando forze che poi non si riesce più a controllare. Valga per tutti un inquietante precedente storico. Molti, ma molti, anni fa (era il settembre del 1971), nel documento preparatorio della conferenza nazionale del gruppo di estrema sinistra Potere Operaio (il più violento di quella frangia politica), si trovava scritto che il «partito armato è immediatamente all’ordine del giorno». Molti, nelle istituzioni e tra i partiti non se ne accorsero (o fecero finta di non accorgersene). Il fatto è che anche allora c’era chi pensava di ricavare profitto politico dalle violenze di piazza. Sappiamo come andò a finire: il nerbo delle Brigate Rosse risultò poi composto proprio da ex attivisti di Potere Operaio.
La storia non si ripete mai uguale a sé stessa. Ma qualche cosa dovrebbe insegnare. Il problema è che gli apprendisti stregoni hanno la memoria corta.



